Un bellissimo commento di Raffaele Moccia

Maggio 27, 2010

Si impara sempre a volare, e si impara sempre da soli a farlo, se non ti ammazzano prima.

Viola di vita, Viola violata, Viola che vola.

Comincio a leggere questo libro e ho il sospetto di stare leggendo il diario segreto di una ragazza che confessa alla pagina quello che non riesce a dire alle persone, sento che il mio occhio ,la mia lettura è una intromissione nell’affollata vita di Viola, che nasce già schiacciata, esclusa, ignorata, calpestata. Che guarda e osserva i grandi, cercando approvazione e visibilità.

Un diario scritto per se stessi, ne ha il passo e le parole. Nessuno racconta di sé in questo modo, se non a se stessi.

Ci sono conseguenze  in quello che si legge, a volte è istruzione a volte saggezza. Da questo libro non so che aspettarmi, mi sento un guardone al quale è capitato di trovare un diario intimo aperto. Ci trovo scritto quello che so o immagino di sapere e quello che non so e che non avrei immaginato succedesse. Quanti soprusi e infamie nascondono le pareti di casa.

Viola violata eppur viva e potente eppur con desideri di carnefice: “ avrei voluto avere anche io qualcuno da dominare escludere angariare”. Siamo fatti della stessa carne dei nostri carnefici e prima di scoprire che eravamo vittime vogliamo somigliargli. Portiamo dolori indicibili tatuati nel cuore e non li confessiamo, perché vivere a volte vuol dire non mostrare debolezze, anche se queste debolezze ci uccidono.

Viola che stretta nella morsa eppure esclusa e usata, trova il suo angolo, la sua ragione ,segna le sue paure le culla le subisce cammina come una papera goffa, un pinguino nel deserto, vivo eppur inadeguato.

Viola eravamo tutti così, e ora finalmente continuo a leggere non sentendomi intruso, che quelle esclusioni le abbiamo provate tutti, con più o meno dolore, con più o meno coscienza.

Viola che passa e vive accanto a quello che non riconosce suo ma che la definisce agli altri, crede di volare basso e invece prepara i voli futuri. Viola che dolorante per sé non vuole il dolore degli altri.

Costa dolore vivere, ne costa anche scriverne, nominare di nuovo tutto daccapo e rivivere e risentire i segni e i morsi. È forse questo il ruolo della scrittura? Salvarci? O segnarci? Mi vengono in mente altri titoli e altre storie dove dietro l’elenco delle sofferenze era visibile la salvezza, riconoscere e riconoscersi e dove finalmente si riesce a nominare esattamente le cose e a ucciderle FINALMENTE.

Viola, se ne vorrebbe proteggere il cuore, lei risponde: “VOGLIO ESSERE TRASPARENTE”

VIOLA finalmente VOLA!

Raffaele

Due anni esatti!

Gennaio 23, 2010

Oggi sono due anni precisi dalla pubblicazione del mio romanzo. Sono molto felice che in qualche libreria ancora si trovi, e anche ordinandolo arriva di solito in un giorno. Segno che c’è ancora un segno.
E mi arriva giusto oggi questo bellissimo messaggio da Monica Ranieri, che mi sta leggendo. Mi dice: “Sono senza parole. Il libro graffia come un gatto ferito.”

Online su Slowcult la recensione/intervista di Gaia Conventi!

Gennaio 14, 2010

Sono felicissima che la rece-intervista che mi ha fatto Gaia sia finalmente online sul tostissimo portale di Slowcult, per di più in compagnia dei miei adorati Wu Ming.. bello!!

Una recensione e intervista di Francesca Ori per i quotidiani italo-australiani “Il Globo” e “La Fiamma”

Dicembre 13, 2009

Una bellissima “traccia” del mio passaggio per Sydney.. Grazie a questa bravissima giornalista modenese!

Tana per la bambina con i capelli a ombrellone
Monica Viola a Sydney ci parla del suo primo libro
“Eravamo troppi. Otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici. Duecentotrenta metri quadri non bastavano per una banda di mocciosi venuti uno dietro l’altro senza che nessuno avesse tempo per tirare il fiato. Bisogni, voci, pianti e urla si accavallavano e incrociavano nelle stanze disposte in fila come un verme, lento e lungo”.
Così inizia a raccontare la sua storia la protagonista del romanzo Tana per la bambina con i capelli a
ombrellone, che, ormai adulta, si guarda indietro e ripercorre a ritroso le tappe fondamentali della sua infanzia e adolescenza.
Siamo nella Roma bene all’inizio degli anni ‘70: centro gravitazionale della vicenda è l’affollatissimo appartamento di una famiglia non proprio facoltosa. Tutto è visto attraverso gli occhi infantili della narratrice: la madre è angelica e affettuosa, ma nonostante gli sforzi non riesce a dedicare abbastanza attenzioni a ciascuno dei figli; il padre, uomo rigido e all’antica, è infastidito da tutti quei marmocchi che rubano tempo alla moglie, tempo che vorrebbe avere solo per sé. E così alla sera si chiude a chiave in camera con lei e, puntualmente, la mette incinta. E poi c’è la nonna, premurosa con lei, ma sempre più chiusa nel suo luccicante passato fatto di privilegi coloniali (era nata in un’isoletta honduregna del Pacifico, figlia di un medico tedesco).
La narratrice è l’ultima nata: per darla alla luce la madre, una 42enne ormai spossata dalla vita, soffre al punto di doverla affidare ancora in fasce alla nonna per andare a recuperare le forze in montagna. I fratelli non la vedono di buon occhio, ora dovranno competersi le attenzioni materne anche con lei.
Fin da piccola si accorge che ogni fratello ha il suo gruppetto di preferiti: lei, ultima nata, è però esclusa da tutti e spesso derisa dagli altri. È in questi momenti che, per sopravvivere, impara a mentire. Le bugie le permettono di “disperdere il vento della congiura prima che inizi a soffiare”, ma non le evitano i soprusi sessuali dei due fratelli più grandi.
Ma che effetti può avere una tale infanzia, contraddistinta dalla carenza d’affetto genitoriale, dalla scarsa considerazione a casa e a scuola e soprattutto dagli abusi sullo sviluppo di una ragazzina? Continua a spiegarcelo la scrittrice Monica Viola (www.monicaviola.it), attraverso il percorso di crescita e maturazione della sua giovane protagonista. Gli effetti sono una sostanziale insicurezza, un’incostanza cronica nei confronti di scuola e sport e infine un’accentuata volubilità, dovute alla carenza di punti di riferimento. Ad aggravare la situazione è il periodo storico in cui si svolgono i fatti. Siamo infatti negli anni di piombo, gli anni delle uccisioni di Aldo Moro, Walter Tobagi e di “Serpico”, quelli della strage di Bologna. L’atmosfera è pesante e c’è nella gente un senso di insicurezza collettiva.
Ciò che più ferisce di questo libro è leggere del senso di inadeguatezza ed esclusione che prova la protagonista: sgraziata in una classe elementare di ballerine classiche, trasandata in una compagnia di pariolini fascistelli, socialista in mezzo ai comunisti fricchettoni. E più cerca di cambiare, adattandosi di volta in volta a persone e situazioni, più fallisce nel suo intento di omologazione perdendo l’ago della bussola. Inoltre proprio mentre lotta per trovare un’identità e scoprire la sua sessualità la madre si ammala irreversibilmente. E la nonna finisce all’ospedale con un femore rotto. Insomma, proprio quando lei dovrebbe concentrarsi su se stessa è costretta a doversi preoccupare per gli altri e a vivere nella paura di rimanere orfana. Il tentativo di distrarsi dai problemi di casa la portano a compiere una serie di scelte sconsiderate, spingendola a gettarsi letteralmente via.
Ad un certo punto, però, le nubi si diradano. È quando incontra Cecilia, la sua prima vera amica, e poi Marco, il grande amore, e tanti altri che riescono a leggerle dentro, vedendo al di là dell’apparenza.
Questo romanzo ha un finale aperto, proprio come la vita vera. Ma non è la semplice trascrizione di un diario d’infanzia: ha piuttosto lo spessore di una vera e propria opera letteraria, il cui stile scarno e incalzante non deve lasciar pensare a una scrittura di getto, ma piuttosto a una scelta ponderata atta a trasmettere l’immediatezza dei pensieri di questa ragazzina confusa e incompresa.
Tra le tante tematiche “difficili” toccate nel romanzo, tutte affrontate con grande onestà e introspezione, c’è il rifiuto di accettare la malattia dei propri cari. Non dovrebbero essere i figli a prendersi cura dei genitori ma il contrario, sembra pensare la protagonista. E invece, come spesso accade nella realtà, la nostra piccola è costretta ad andare controvoglia a visitare la madre in ospedale e vivere il senso di colpa del dovere, ma non volere, respirare quell’aria pesante, di morte. Ma lei non è affatto vuota o egoista. È che ne ha già subite tante, troppe, e ora non riesce a farsi carico anche di questo fardello.
Tana per la bambina con i capelli a ombrellone racconta sensazioni che da adolescenti tutti in un modo o nell’altro abbiamo provato: il senso di non appartenenza, di non sapere chi siamo, la paura dell’esclusione, il desiderio di essere popolari tra gli amici, la delusione di scoprire che non abbiamo talento in qualcosa in cui speravamo di emergere, il vedere le nostre bugie smascherate, il risentimento verso i genitori. Attraverso il percorso di vita della protagonista siamo portati a scandagliare il nostro stesso passato e a fare i conti con quello che pensavamo ma che non abbiamo mai osato esternare. E invece la narratrice, ormai adulta, non si cura del giudizio e delle critiche della gente, e racconta le cose come stanno. Nero su bianco. Anche quello che non si dice.
Ma come ha fatto a sopravvivere questa fragile ragazzina? Ce lo rivela l’autrice del libro, che è stata ospite di recente all’Istituto Italiano di Cultura in Sydney.
Monica, il bisogno di liberarti da un passato traumatizzante ti ha spinta a scrivere questo libro?
«Il primo motore della scrittura di questo romanzo è stato quello di voler fare letteratura, raccontare una storia. La catarsi ha molto a che fare con la scrittura ma è un punto quasi di arrivo, se non ci fosse un lavoro precedente allo scrivere, il romanzo che ne risulterebbe sarebbe solo uno sfogo, con un valore letterario molto relativo. Il contrario del mio obbiettivo di scrittura».
Nel romanzo dici che c’è stata una luce che ti ha tenuta viva, a galla, nonostante tutto e tutti. Puoi parlarmene?
«Credo che la protagonista si salvi dalla sua vita per la rabbia che ha dentro, per il suo desiderio di trovare la felicità, incapace di perdere la speranza della realizzazione dei suo sogni. Penso che l’attesa di un riscatto, la convinzione che arrivi, la salvi dal piegarsi al dolore».
I tuoi ricordi di tanti anni fa sono lucidissimi: ti sei affidata solo alla memoria o tenevi diari?
«Solo memoria, mai tenuto un diario. Ma per questo lavoro ho usato moltissimo internet per fare ricerche e approfondimenti storici, e oltre a ritrovare parti di passato, ho scoperto anche come si sono evolute certe storie, soprattutto gli assassinî del periodo degli anni di piombo, l’evoluzione di certe indagini giudiziarie, sulle quali ho tenuto a essere meticolosa anche se sono solo una parte piuttosto filigranata del romanzo».
Qual è stata la vicenda editoriale di Tana per la bambina dai capelli a ombrellone dal web alla Rizzoli? E come è cambiato il libro dalla prima versione online a quella cartacea?
«Ho inviato il romanzo a Vibrisselibri, la casa editrice online coordinata da Giulio Mozzi, dove è stato pubblicato nel 2007. La pubblicazione con loro comporta una vera edizione, anche se auspica un passaggio su carta con qualche editore. Il mio romanzo è stato molto fortunato perché è stato scelto da Rizzoli per la pubblicazione sulla collana 24/7. La differenza tra le due versioni è quasi nulla e comunque impercettibile per il lettore, a parte l’aggiunta di un capitolo finale che non cambia di nulla la storia ma la “chiude” in modo più compiuto, nonché ironico. La versione scaricabile dal sito www.monicaviola.it comunque è quella di Vibrisselibri, una scelta voluta per dare rispetto al grande lavoro fatto da loro».
Come giustifichi tanto successo di pubblico per questo romanzo così “difficile”, doloroso da leggere?
«Credo soprattutto ci siano aspetti universali nella storia di questa bambina e ragazza con i capelli a ombrellone, cose che tutti noi abbiamo vissuto anche se in misura magari meno drammatica della protagonista di questo romanzo ci riguardano, come il senso di inadeguatezza e diversità, il “non appartenere” come anatroccoli neri in un lago di oche bianche; ma anche il dolore del lutto e della perdita».
Perché la tua generazione è stata così maltrattata e dimenticata?
«Perché è una generazione senza una sua connotazione precisa, ibrida: non eravamo abbastanza grandi per il ‘77 e lo eravamo troppo per gli anni ‘80, che ci hanno fatto tirare un sospiro di sollievo rispetto alla pesantezza degli anni di piombo, ma che ci hanno anche fatti sentire poveri e senza più coordinate ideali, motori politici a cui affidarci con la sensazione che ci avrebbero traghettati dall’altra parte di qualcosa, di un sogno, di un cambiamento».
Com’è nata l’idea del tuo viaggio in New Zealand e in Australia e della tua presentazione del libro a Sydney?
«Ho una carissima amica che vive in NZ e che volevo andare a trovare per celebrare i nostri 30 anni di amicizia, e un altro amico italiano che vive a Auckland sapendo che sarei venuta mi ha proposto una presentazione all’università, a quel punto ho pensato di far tappa anche a Sydney, dove ho altri carissimi amici aussie che volevo riabbracciare da tempo. Perché come la protagonista del romanzo, ritengo e ho esperienza del fatto che nulla conti più dell’amicizia, neanche la famiglia, neanche l’amore».
Hai presentato il tuo libro qui all’Istituto Italiano di Cultura in Sydney circa un mese fa. Che esperienza è stata?
«A Sydney abbiamo parlato, prendendo spunto dal romanzo, di aspetti politici e sociali dell’Italia. Abbiamo rievocato tutti gli spettri degli anni di piombo, dei depistaggi, delle stragi, i morti del due agosto, Luca Perucci, Moro e la sua scorta, “Serpico” e tutti gli altri. Le poche persone che non hanno preso la parola durante la discussione sono venute a parlarmi dopo, durante il rinfresco, con domande più intime; ma come spesso accade è il bisogno di parlare di se stessi più che del romanzo che li avvicina a me. Tana è un libro che fa emergere il rimosso, che mi trasforma in una confidente di chi l’ha letto; è stato bello scoprire che qui a Sydney non sono pochi quelli che l’hanno scaricato e letto».
Progetti futuri?
«Continuo a scrivere, per lo più poesie, una delle quali in uscita nell’antologia Auroralia coordinata da Gaja Cenciarelli, di prossima uscita per l’editore Zona. Monica Mazzitelli, con me in questo down under tour, ne ha presentato il booktrailer in anteprima».
Francesca Ori

La splendida recensione e intervista di Gaia Conventi!

Dicembre 13, 2009

Dal suo blog AnagrammisteryUna bellissima recensione della giallista Gaia Conventi al mio romanzo, una delle più belle mai scritte, con una lunga intervista molto acuta. Eccole qui:

E’ arrivato un bastimento carico di orrori quotidiani, voglia di riscatto, fango e debolezze.
Un tale concentrato di male che, se fosse scritto senza la caustica ironia che traspare da ogni pagina, sarebbe un mostro che ti azzanna e ti toglie il fiato. Un libro che scorre veloce, tra un grido d’aiuto, un pianto e una risata sarcastica. Un caravanserraglio di personaggi in preda a miserie e rancori, una bambina che cresce e ci accresce, patendone di cotte e di crude. Monica Viola è una manina candida che ti stringe la gola, che ti tiene gli occhi aperti anche quando vorresti girarti dall’altra parte. Non vedere, non sentire, come fanno molti dei protagonisti. Non vedere, fare finta che sia normale, come fa la ragazzina che ci fa sbirciare nel suo album dei ricordi. Le foto ingiallite di una nonna dal passato morbido e rassicurante, le foto in bianco e nero di una famiglia che della Famiglia Bradford ha solo l’incredibile numero di posti a tavola. Orrore, terrore, crescere diventa difficile, crescere è la vendetta contro chi vorrebbe strapparti la voglia di vivere. E’ tutto vero? E’ solo un ottimo romanzo? Non importa, non ci importa, la bambina coi capelli a ombrellone forse è la compagna di banco che abbiamo perso di vista e noi – inconsapevolmente - forse una mattina, durante uno sgangherato compito in classe, le abbiamo regalato quel sorriso che l’ha tenuta aggrappata alla vita fino alla mattinata successiva. Mi è rimasto molto in testa dopo aver divorato queste pagine. La consapevolezza che, da giallista, con tutte queste vicende avrei potuto scrivere un noir coi fiocchi. La certezza, da lettrice, che senza l’ironia di Monica Viola questo libro sarebbe stato un pugno allo stomaco. Non è stato così, è un libro che svela e non svilisce, la protagonista è talmente vera che non ci lascia soli nemmeno a libro terminato. Un libro che va letto per renderci conto che la normalità non è affatto normale e che la serenità va cercata strenuamente. Un consiglio: leggete “Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” con la giusta colonna sonora, il libro è pieno di citazioni musicali.

Intervistando Monica Viola e la bambina coi capelli a ombrellone

Ho conosciuto Monica Viola grazie al web, amici di amici di amici… la solita storia che, su facebook, ti fa incontrare mezzo mondo. Spesso sono rapporti lievi, un saluto al mattino, un “come va?” durante la giornata. Con Monica è successo qualcosa di più, ho letto il suo libro e l’ho trovato bello, così bello che, cosa per me rara, ho pensato di consigliarlo a tutti. Di più, ho iniziato a consigliarlo in rete. Insomma, garantisco io, “La bambina con i capelli a ombrellone” è una vicenda che non lascia indifferenti, una lettura cruda e ironica, qualcosa che in giro ancora non c’era… ora sì.

G: Hai scritto una storia che ha preso corpo grazie al web e ad una casa editrice virtuale, un parto inusuale per questa bambina con i capelli a ombrellone. Come è nata questa scelta?

M: È nata da due cose: la fiducia nelle persone (Giulio Mozzi e Gaja Cenciarelli in testa) e dalla fiducia nella rete come spazio di diffusione orizzontale della cultura: sono felice che il mio romanzo sia liberamente scaricabile dal sito di VibrisseLibri, e che questo sia stato fatto da oltre 5000 persone.

G: Ti ho conosciuta grazie a facebook e al tuo romanzo, eppure mi sembra di frequentarti da una vita. Merito del tuo essere online in carne e cuore o del tuo scrivere senza filtri?

M: Forse da entrambe le cose? ;-)

G: Questa sagace bambina raccoglie, come Pollicino, briciole di esperienza. Si sente l’ultima in famiglia, l’ultima a scuola, l’ultima nella vita. Alla fine decide che la ribellione è la pillola magica che può tenerla a galla. Quanto hai dovuto ribellarti con te stessa per dare voce alla protagonista del tuo romanzo?

M: La protagonista a un certo punto si è semplicemente presa quello spazio. Se i personaggi non diventano ossessioni per i loro autori, difficilmente si troveranno globuli rossi nella narrazione. La ribellione è una spinta potente, LA spinta potente, insieme all’amore, di un sacco di bellissime cose.

G: I bambini ci guardano, lo sappiamo bene. Eppure in questo libro spesso i bambini sono cattivi quanto gli adulti. Si nasce cattivi e si impara la bontà o si nasce buoni e si diventa mostri col cattivo esempio?

M: Credo si nasca crudeli e si diventi in caso cattivi da grandi. La “crudeltà” è parte dell’istinto, ha una funzione quasi di sopravvivenza. Senza una certa dose di spietatezza sarebbe più complessa la continuazione della nostra specie. La crudeltà nei bambini è quasi un gioco, nei grandi è malvagità. Il cattivo esempio, la trascuratezza, aumentano però la naturale crudeltà dei bambini, ed è molto pericoloso.

G: “Sapere di piacere è il massimo della vita” diceva Mafalda. Piacere a se stessi o piacere agli altri? Le due cose coincidono sempre, a volte o mai?

M: Credo che ci siano tutte le opzioni: si può piacere a se stessi incuranti di piacere o meno agli altri (conosciute pochissime mirabili esemplari di questa categoria), si può piacere agli altri e a se stessi (conosciuto qualche esemplare in più), e si può piacere agli altri, far di tutto per piacere agli altri, odiando se stessi. Esemplari a iosa…

G: Essendo nata alle foci del Po, ho vissuto il personaggio della madre remissiva e piena d’amore del tuo romanzo con gli occhi di chi vive a stretto contatto col grande fiume. Diamo per scontato che sia lì, che si prenda cura di noi, senza pensare al fatto che lo stiamo avvelenando e che i suoi argini potrebbero non proteggerci per sempre. È maggiore il senso di colpa verso chi ci vuole bene o verso noi stessi?

M: Domanda difficile Gaia… credo che il senso di colpa sia comodo da usare per tutto, e di solito ci condiamo la maggior parte delle relazioni profonde che abbiamo, soprattutto quelle con i nostri familiari.

G: Anni di piombo, ispettore Callaghan! Falsando il titolo di un famoso film per arrivare agli orrori nostrani, quanto è stato difficile per la bambina con i capelli a ombrellone affrontare una casa priva di sicurezza e, contemporaneamente, una città, Roma, dove volavano pallottole come nel Far West?

M: Difficilissimo. Il nostro senso di insicurezza era tale che ci sentivamo schiacciati da mille paure, avendo la sensazione che qualsiasi cosa potesse succedere in qualsiasi momento. Senza preavviso, e soprattutto, senza senso…

G: Il tuo libro si snoda ad immagini, come diapositive che passano su di un muro scrostato. Sembri volerci dare le minime indicazioni spaziali per permetterci di puntare l’attenzione solo sulla bambina e sulle prove che deve affrontare per uscire dal tunnel di un’infanzia sofferta. Quanto hai dovuto scavare in te stessa per portare a galla le sensazioni della protagonista?

M: Credo che la Bambina abbia sensazioni che tutti abbiamo provato, in qualche misura. Le radici della delusione e del dolore stanno in un vaso piuttosto universale, anche se ciascuno di noi sviluppa foglie diverse.

G: La tua scrittura è priva di fronzoli, secca e dinamica dice pane al pane. È stata una precisa scelta dovuta agli argomenti da trattare?

M: Scelta millimetrica: ogni sillaba è nata precisa per uno scopo, ogni frase ha un tempo cronometrato, ogni segno di interpunzione vale come quello di uno spartito: nulla è stato tirato via. Per questo motivo il lavoro di editing è stato quasi nullo. Come dice Giulio Mozzi, quello di “Tana” è un canto, qualcosa che ha una forte unicità narrativa, molto difficile da alterare.

G: In questo romanzo dici molto. Dici tutto o qualcosa non è riuscito ancora a venire a galla?

M: Dico tutto quello che secondo me era necessario e interessante dire. Per questo è molto breve ;-)

G: La musica è parte integrante del tuo romanzo. Serve a curare ma serve anche a sopire le coscienze, memorabile la parte dedicata ai Duran Duran come oppio agli anni di piombo e alle lotte di piazza. Quale ruolo ha ora la musica? Cosa ascolta Monica Viola quando vuole stare bene con se stessa?

M: Oh, qualsiasi cosa tranne la musica popolare e la musica da ascensore (italiana o straniera). Se guardi il mio sito c’è una sezione che si chiama “soundtrack” dove c’è tutta la musica del romanzo, dichiarata o implicita, che si chiama, per l’appunto “Music that saved my ass”: volgarmente, “La musica che mi ha salvato le chiappe”. Credo che questo spieghi in modo eloquente il mio amore per la musica.

G: Ci unisce l’ironia, l’amore per i libri e la musica, la vita irreale ma così tangibile del web, i capelli a ombrellone e la dolorosa perdita di un genitore. Il tuo libro mi ha colpita, tu di più. Dovrò attendere molto per ritrovarti nuovamente in libreria?

M: Difficile da dire, ma forse non tra moltissimo, se mi saprai trovare ;-)

Grazie Monica, un abbraccio (non fraterno, di più).

Gaia

Un commento (delizioso) di Alessandro Angeli

Dicembre 13, 2009

Sabato mattina sono saltato da un treno ad un altro, per colpa delle coincidenze troppo strette non sono riuscito a prendere nemmeno un caffè, ma leggendo della bambina dagli strani capelli non ne ho avuto bisogno.

;-) Grazie Alessandro!

Un commento e uno splendido disegno di Simonetta Melani.

Novembre 30, 2009

Simonetta Melani mi ha conosciuta tramite facebook e ha letto il mio romanzo.E’ una grande artista, oltre che una gran donna, e mi ha regalato questa immagine splendida, e queste righe:

Ho letto in questi giorni il tuo romanzo, così vero e bello.
Complimenti, per questa ostinata immensa forza ed un coraggio tenero che ti tiene meravigliosamente su e in perfetto equilibrio su scarpette di raso rosa per tutta la narrazione.
Un magnifico mazzo di rose alla bella bambina con i capelli ad ombrellone che ruota e non cade mai.

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Presentazioni in Nuova Zelanda e Australia: un resoconto cardico

Novembre 24, 2009

AUCKLAND, NUOVA ZELANDA, 30 OTTOBRE 2009

Ma davvero sono qui per me? Tutte queste persone?
Dall’altro capo del mondo il mio romanzo non tradotto in nessuna altra lingua, tirato fuori da una grossa valigia, mi pare davvero troppo piccolo per tutte queste persone. Smilzo, intimo, scivoloso.
L’aula è bella e odora di pulito, banchi di legno chiaro a semicerchio, vetrate che lasciano passare la luce mutevole di Auckland. Cieli bianchi, poi turchesi, poi viola, poi rosa, poi quel blu introverso e scuro, che sarebbe bellissimo vedere dal mare.
La platea è attenta, mi guarda in silenzio. Bernadette Luciano, Associate Professor e Capo Dipartimento di Lingue e Letterature Europee dell’Università di Auckland mi presenta in modo conciso e delizioso, poi sta tutto a me: trovare, in inglese, un modo per comunicare un romanzo che è così italiano. Ne ho tradotti alcuni capitoli che Bernadette e Ellen McRae, sua studentessa, hanno revisionato regalandomi anche uno splendido titolo: “Gotcha, umbrella-haired girl”. Ed è anche grazie a questo che all’improvviso ho la sensazione che il mio romanzo esista anche lì, in inglese, e che io ne possa parlare.
Le parole vengono facili, nel mio accento un po’ americano si corrono dietro una con l’altra, e la lingua fa da diaframma alle realtà più spigolose che si dipanano senza imbarazzi. Leggo il primo capitolo, così italiano ma anche improvvisamente così universale, con quella puzza di brutti ricordi di casa, gli odori di tutte le cucine del mondo, la scomodità del bagno condiviso di tutte le latitudini.
Bello parlare dell’amicizia che ti fa sopravvivere con davanti agli occhi di una delle tue amiche del cuore venuta fino a lì con te, un’amica che conosci da 30 anni. E insieme - all’opposto temporale -  l’amico più nuovo che hai in quel momento: Matteo Telara, l’artefice di questa presentazione. È lui che mi ha invitata, che ha coordinato l’organizzazione di questo incontro. Dopo tutte le mail scambiate a 18.391 chilometri di distanza siamo diventati fratelli dal primo abbraccio. Matteo è un insegnante della Dante Alighieri, la cui splendida direttrice è Sandra Fresia, che ha speso altre preziose energie per oggi. Anche private: insieme a Maria Pia De Razza-Klein, cucchiaio d’argento venuta apposta da Wellington, danno uno strepitoso dinner party nell’incredibile villa di Sandra, una delle case private più belle dove sia mai entrata: l’ha progettata su marito John, un architetto che vorrei tanto potermi permettere, un giorno.
Ma ancora in aula: racconto del romanzo, ne spiego i contenuti, ne leggo qualche brano, e poi tantissime domande, tutte molto personali. Con una sensazione piacevolissima di terapia di gruppo tiriamo fuori pezzi di noi stessi, vita vera che ha voglia di emergere proprio lì, in quel momento, concessa dalla Bambina con i capelli a ombrellone che tutto sa accogliere, domande e confessioni, in un’ora volata via.
Grazie Matteo Telara, grazie fratello, per aver creato questo evento unico, grazie a Bernadette Luciano e Sandra Fresia per aver spero la loro grande professionalità in modo così generoso, e grazie a tutti voi che c’eravate, quasi troppi per questo piccolo romanzo!

SYDNEY, AUSTRALIA, 12 NOVEMBRE 2009

Sentito che avrei presentato il romanzo in Nuova Zelanda una mia carissima amica scrittrice, Emilia Zazza, si è offerta di darmi un contatto per l’Istituto Italiano di Cultura di Sydney, sapendo che ci sarei passata al ritorno dalla Nuova Zelanda. Grazie a lei sono entrata in contatto con una donna straordinaria, Alessandra Bertini Malgarini, che dirige l’IIC. Che voi non potete davvero avere un’idea di dove si trovi! QUARANTACINQUESIMO piano di uno dei meglio posizionati grattacieli di downtown Sydney: si vede tutto da lì, anche l’Opera House che sembra quasi piccola vista da quella distanza… una meraviglia ipnotica, vertigine di onnipotenza.
Anche da questa prospettiva la bambina con i capelli a ombrellone non può che sentirsi un po’ piccola, ma dura un istante: le parole calde di Alessandra e l’accoglienza di tutti, soprattutto Danilo Sidari, Lorenzo Ferrario e Paola Maschera, accorciano ogni distanza.
Questa volta presento in lingua originale: la platea è di nuovo folta ma tutta italiana. Ed è soprattutto di Italia che parliamo, stavolta, prendendo il romanzo soprattutto dai suoi aspetti politici e sociali. Abbiamo tutti una gran voglia di parlarne, non solo chi è lì da poco, ma anche o forse soprattutto chi in Italia manca da vent’anni. C’è un senso cupo, oppressivo a evocare tutti gli spettri degli anni di piombo, dei depistaggi, delle stragi, in questa sala così splendente di rilassata elegante modernità australiana. Il bisogno di dirsi che non sappiamo e per questo non possiamo dimenticare, lasciarci alle spalle, andare oltre. Forse si può solo allontanarsi di molto per far sembrare tutto piccolo, ma come possono rimpicciolire i morti del due agosto, Luca Perucci, Moro e la sua scorta, “Serpico” e tutti gli altri? Neanche visti dal quarantacinquesimo piano di un grattacielo sarebbero piccoli.
Le poche persone che non prendono la parola durante la discussione vengono a parlarmi mentre gustiamo il rinfresco che chiude la serata, con domande più intime; ma come spesso accade è il bisogno di parlare di se stessi più che del romanzo che li avvicina a me. “Tana” è un libro che fa emergere rimosso, che mi trasforma in una confidente di chi l’ha letto; bello scoprire che qui a Sydney non sono pochi quelli che l’hanno scaricato e letto: grazie a ciascuno di voi, di cuore! E grazie a Emilia e Alessandra che hanno stima in me.

Un commento da Giovanna Pierelli e Antonio Truglio

Novembre 24, 2009

Grazie a entrambi….

Giovanna:
Cara Monica, ho letto il tuo libro. E devo dire che mi sono molto divertita. E’ proprio così: nel tuo romanzo ci sono grandi tragedie ma noi lettori, soddisfatti, gongoliamo. Abbiamo la sensazione di appagamento che danno le buone letture. Così non posso fare a meno di pensare a quando ho letto per esempio Lolita o Garp di John Irving. Ancora mi ricordo le matte risate e la tenerezza nello scoprire sentimenti così simili ai miei, perché è vero che se si va sui temi universali ci si azzecca sempre, ma questo vale solo “dopo” che si è letta un’opera bella come la tua. Prima, bisogna scriverla.

Antonio:
Il tuo libro mi è piaciuto, ho piegato gli spigoli di un sacco di pagine per ricordarmi frasi belle o pensieri che io avrei sovente voluto esprimere in modo così chiaro e comprensibile … ma evidentemente il mondo è bello perché vario (cioè tu riesci, io no).
Una cosa che mi ha colpito è la crudezza di sentimenti, come il rancore - ma c’è anche qualcos’altro - che sei riuscita ad addossare a me (come lettore) con una naturalezza che ha spiazzato ogni mia difesa in tal senso.
E’ così soprattutto nella prima parte, poi un po’ si smorza, o forse mi ci sono abituato.
A scanso di equivoci, lo rileggerei senza esitazione e l’ho anche consigliato (perdonami, non a tutti), ma il contrasto forte viola tra la copertina e il contenuto mi ha lasciato il segno.

La Viola in tour: presentazione in Nuova Zelanda!

Settembre 28, 2009

Bellissima notizia: sono stata invitata in Nuova Zelanda a presentare “Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” dalla Auckland University e l’Istituto Dante Alighieri! Il 30 ottobre, venerdì, alle 17.00, insieme a Monica Mazzitelli. Pensatemi, e se potete venite, tanto è dietro l’angolo ;-)
Grazie a Matteo Telara!!
Ecco il programma:

FRIDAY THE 30th, AUCKLAND UNIVERSITY and DANTE ALIGHIERI meet MONICA VIOLA and MONICA MAZZITELLI.

Monica Viola is the author of the novel “Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” edited in Italy by Rizzoli. She will be reading, in English and Italian, extracts from her book and introducing it to the New Zealand public.

Monica Mazzitelli was born in Rome in 1964. She is a writer, a media activist, a booktrailers’ maker and a personality in the Italian literary scene.

She played a major role in the iQuindici, a group of web readers connected to the political-literature project “Wu Ming Foundation”, a writers’ collective  formerly known as Luther Blissett, and authors of best sellers such as “Q”.

Monica  has published widely in Italy.

She will be talking about the current state of Italian literature, the copy-left movement and her activities as a writer and media activist (introducing her short-videos such as “The Disney Trap”, with over 1.8 million viewer on You Tube, and her latest booktrailer shortfilm about a new facebook-born anthology “Auroralia”, shown for the first time.)

Both, Monica Viola and Monica Mazzitelli will be at Auckland University Friday, October 30, Arts 1 Building, Room 616, from 5 pm.

The event is organized by the Dante Alighieri School and Associate Professor Bernadette Luciano, Head of School of European Languages and Literatures.

It will be a unique occasion to get an insider’s perspective of Italian culture and today’s writing scene.