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Si impara sempre a volare, e si impara sempre da soli a farlo, se non ti ammazzano prima.“- 27/5/10

 Si impara sempre a volare, e si impara sempre da soli a farlo, se non ti ammazzano prima.

Viola di vita, Viola violata, Viola che vola.

Comincio a leggere questo libro e ho il sospetto di stare leggendo il diario segreto di una ragazza che confessa alla pagina quello che non riesce a dire alle persone, sento che il mio occhio ,la mia lettura è una intromissione nell’affollata vita di Viola, che nasce già schiacciata, esclusa, ignorata, calpestata. Che guarda e osserva i grandi, cercando approvazione e visibilità.

Un diario scritto per se stessi, ne ha il passo e le parole. Nessuno racconta di sé in questo modo, se non a se stessi.

Ci sono conseguenze  in quello che si legge, a volte è istruzione a volte saggezza. Da questo libro non so che aspettarmi, mi sento un guardone al quale è capitato di trovare un diario intimo aperto. Ci trovo scritto quello che so o immagino di sapere e quello che non so e che non avrei immaginato succedesse. Quanti soprusi e infamie nascondono le pareti di casa.

Viola violata eppur viva e potente eppur con desideri di carnefice: “ avrei voluto avere anche io qualcuno da dominare escludere angariare”. Siamo fatti della stessa carne dei nostri carnefici e prima di scoprire che eravamo vittime vogliamo somigliargli. Portiamo dolori indicibili tatuati nel cuore e non li confessiamo, perché vivere a volte vuol dire non mostrare debolezze, anche se queste debolezze ci uccidono.

Viola che stretta nella morsa eppure esclusa e usata, trova il suo angolo, la sua ragione ,segna le sue paure le culla le subisce cammina come una papera goffa, un pinguino nel deserto, vivo eppur inadeguato.

Viola eravamo tutti così, e ora finalmente continuo a leggere non sentendomi intruso, che quelle esclusioni le abbiamo provate tutti, con più o meno dolore, con più o meno coscienza.

Viola che passa e vive accanto a quello che non riconosce suo ma che la definisce agli altri, crede di volare basso e invece prepara i voli futuri. Viola che dolorante per sé non vuole il dolore degli altri.

Costa dolore vivere, ne costa anche scriverne, nominare di nuovo tutto daccapo e rivivere e risentire i segni e i morsi. È forse questo il ruolo della scrittura? Salvarci? O segnarci? Mi vengono in mente altri titoli e altre storie dove dietro l’elenco delle sofferenze era visibile la salvezza, riconoscere e riconoscersi e dove finalmente si riesce a nominare esattamente le cose e a ucciderle FINALMENTE.

Viola, se ne vorrebbe proteggere il cuore, lei risponde: “VOGLIO ESSERE TRASPARENTE”

VIOLA finalmente VOLA!

 Raffaele Moccia

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Senza caffè“- 1/12/09

 Sabato mattina sono saltato da un treno ad un altro, per colpa delle coincidenze troppo strette non sono riuscito a prendere nemmeno un caffè, ma leggendo della bambina dagli strani capelli non ne ho avuto bisogno.

Alessandro Angeli

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“Un magnifico mazzo di rose alla bella bambina con i capelli ad ombrellone“- 30/11/09

Ho letto in questi giorni il tuo romanzo, così vero e bello.
Complimenti, per questa ostinata immensa forza ed un coraggio tenero che ti tiene meravigliosamente su e in perfetto equilibrio su scarpette di raso rosa per tutta la narrazione.
Un magnifico mazzo di rose alla bella bambina con i capelli ad ombrellone che ruota e non cade mai.

Simonetta Melani

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La sensazione di appagamento che danno le buone letture“- 26/09/09

Cara Monica, ho letto il tuo libro. E devo dire che mi sono molto divertita. E’ proprio così: nel tuo romanzo ci sono grandi tragedie ma noi lettori, soddisfatti, gongoliamo. Abbiamo la sensazione di appagamento che danno le buone letture. Così non posso fare a meno di pensare a quando ho letto per esempio Lolita o Garp di John Irving. Ancora mi ricordo le matte risate e la tenerezza nello scoprire sentimenti così simili ai miei, perché è vero che se si va sui temi universali ci si azzecca sempre, ma questo vale solo “dopo” che si è letta un’opera bella come la tua. Prima, bisogna scriverla.

Giovanna Pierelli

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Ho piegato gli spigoli di un sacco di pagine“- 6/10/09
Il tuo libro mi è piaciuto, ho piegato gli spigoli di un sacco di pagine per ricordarmi frasi belle o pensieri che io avrei sovente voluto esprimere in modo così chiaro e comprensibile … ma evidentemente il mondo è bello perché vario (cioè tu riesci, io no).
Una cosa che mi ha colpito è la crudezza di sentimenti, come il rancore - ma c’è anche qualcos’altro - che sei riuscita ad addossare a me (come lettore) con una naturalezza che ha spiazzato ogni mia difesa in tal senso.
E’ così soprattutto nella prima parte, poi un po’ si smorza, o forse mi ci sono abituato.
A scanso di equivoci, lo rileggerei senza esitazione e l’ho anche consigliato (perdonami, non a tutti), ma il contrasto forte viola tra la copertina e il contenuto mi ha lasciato il segno.

Antonio  Truglio

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Lucidità quasi spietata“- 27/07/09

Se dovessi descrivere il tuo libro con una sola parola direi che è disarmante. Come sai, ho avuto difficoltà a scindere la mia parte professionale dalla prospettiva di semplice lettore perché trovo che qs. autobiografia sia una perfetta anamnesi. Tutto quelle che ti serve per dare una svolta alla tua vita è in poche, sintetiche, indimenticabili frasi che hai scritto, ma che non dirò altrimenti il libro non lo leggono. ;o)

Non amo i diari e non amo le storie narrate in prima persona. Eppure tutto si snoda in modo così semplice, fluido a tratti inquietante.
La consapevolezza che emerge dalle tue parole, la schiettezza nell’ammettere il gioco di potere legato alla seduzione dopo l’essere stata vittima, e ancora la franchezza con cui hai ammesso che vivevi, grazie alle bugie, una vita diversa, sono in certi punti laceranti. Certo, ovvio, ci vuole empatia, magari alcune cose del proprio vissuto simili per potersi calare pienamente nell’atmosfera di questa storia. In alcuni momenti ho sperato che fossero bugie anche quelle che stavi scrivendo.
Mi ha stupita in certi attimi la lucidità quasi spietata di ciò che descrivevi come una rivincita o scelte decisamente forti come quella della perdita della verginità. E’ una lama in certi punti che entra e scava, nel profondo.

Hai fatto un lavoro pazzesco e l’atmosfera del vissuto della bambina e dell’adolescente non è mediata o censurata dalla crescita e dalla maturità di quando hai scritto il libro. Lo stile è semplice e riprende perfettamente la leggerezza con cui una bambina può raccontare la sua vita. Mi son chiesta: “Oggi, quanto c’è ancora di quella bambina in te? Cosa c’è ancora di non curato, quali le ferite aperte, e soprattutto quali meccanismi non hai ancora lasciato?
E ancora: hai smesso di dire le bugie o senti ancora la necessità di abbellire la tua vita?”
Non è che puoi scrivere il seguito così vediamo com’è la donna con i capelli a ombrellone?! ;o)
Silvia Ancordi

 

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C’erano tutte le bambine“- 24/07/09

 Parto diretta dicendoti subito che di solito odio chi scrive il proprio diario, peggio che mai quando si cavalca il mood dell’adolescente problematica. Per dire, non mi è piaciuto “la stanza di sopra” della Postorino e l’ho detto anche se credo di essere stata l’unica. Quindi ho cominciato a leggere il tuo libro con un minimo di preconcetto e con il pensiero: vediamo un po’ per quale motivo io dovrei trovare piacevole questo libro.
Poi le pagine hanno cominciato a scorrere e c’era dentro una storia, una storia vera. Ogni parola colpiva, andava a segno. Ma al tempo stesso ogni parola aveva un suo motivo letterario. Non c’era solo Monica Viola in quelle pagine, c’erano tutte le bambine che si sono trovate a lottare in una famiglia per emergere, per salvarsi, per conquistarsi un posto nel mondo. Perché non c’è niente di più crudele dell’infanzia, a parte forse l’adolescenza. Il tuo libro è un libro generazionale che chi ha la nostra età legge con un insieme di rimpianto e di sollievo. Quelli erano i nostri tempi, i nostri riti, le nostre musiche, le nostre idee politiche. Come solo i veri scrittori sanno fare (e non ce ne sono molti in giro a mio parere) hai elevato una storia personale a storia universale. Ti sei allontanata da Monica per raccontare una Monica che sei tu e siamo tutte noi. Chissà quanto lavoro psicologico ti è costato. E quanto coraggio. Un coraggio non tutte avrebbero avuto. Questo libro ha messo a nudo la tua anima che appare bellissima e intatta. Ma ha messo a nudo anche la povertà umana di coloro che ti hanno circondata, forse vittime a loro volta, di sicuro carnefici della felicità che tutti immaginiamo debba spettare ai primi anni della nostra vita, quelli che dovrebbero essere i migliori.
Laura Costantini

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Questa ostensione è un atto di coraggio“- 17/07/09

“Forse ogni autobiografia è l’espansione della frase: sono diventato io” (Philippe Lejeune)

Quando l’ho cominciato mi sono aggrappata con tutta me stessa alla speranza che non fosse tutto vero. Poi ho capito che era inutile, che non serviva chiedertelo, che si capiva benissimo che non avevi aggiunto neanche una parola, e che quella che avevo tra le mani era davvero la storia di come tu sei diventata tu.

Non esiste scritto più bello delle narrazioni autobiografiche, per quanto mi riguarda. Ho amato immensamente grandi romanzi, grandi fiction, ma niente mi dà la stessa impagabile emozione che provo quando tocco la vita di un altro essere umano raccontata proprio da questi, in prima persona.

All’interno dell’enorme insieme costituito dalle memorie personali, quelle scritte pensando esplicitamente alla pubblicazione, alla lettura da parte di un pubblico estraneo, al circuito della letteratura e al suo consumo, costituiscono un insieme a sé, ed è lì che la tua storia di vita si sta riposando - finalmente - di tutte le sue fatiche.

Si riposa, ma con un occhio aperto: è testo vivo, noi la disturbiamo costantemente, circola, è letta, esposta, con tutta la sua “naturale sconvenienza” (Duras) ostesa. Questa ostensione è un atto di coraggio, il primo di una lunga serie che ti si deve riconoscere.

È testo vivo anche perchè il finale è morbido, sospeso, come un lavoro di maglia fotografato a metà: da una parte il lavoro, dall’altra il gomitolo, i fili che aspettano di essere annodati in punti. Mi aspettavo di piangere una volta arrivata all’ultima pagina; ma sei riuscita a chiudere tutto in maniera spiazzante, originale.

Del resto, tutto il libro gode di un estremo equilibrio tra l’orrore e lo humour, il pathos e la distanza, non è un libro pesante, è un libro pieno di cose tremende, trasuda dolore, ma non pesantezza, quello mai. Qualcosa che assomiglia a una lucidità immensa dello sguardo ti ha accompagnata - il che non vuol dire aver fatto pace con tutto, né aver digerito la rabbia o le emozioni negative, o peggio ancora aver usato un rivestimento di senso per far quadrare conti che non quadreranno mai, com’è onesto che sia. Onesto verso te stessa, intendo.

Tutto questo per dirti che la schiera di chi auto-scrive è enorme, ma le storie davvero ben raccontate sono pochissime e la tua è una di queste sicuramente. Una grande pulizia nella scrittura, nessuna involuzione, nessun trucchetto, nessun fronzolo, nessuna pagina in cui cala il tono o la tensione. Un testo felicemente coerente nel ritmo, nel percorso, nella stesura cronologica. Niente pantani, niente parti che, a rileggerlo, deciderò di saltare.

Solo questo posso dire perchè è difficilissimo parlarne a chi ha scritto e soprattutto a chi, prima, ha vissuto, e le storia di una vita è materiale delicato da maneggiare e discutere, perchè siamo essere umani tutti, scrittori e lettori. Ho la sensazione di non essere arrivata alla sostanza delle cose, ma forse è normale, perchè la sostanza delle cose è tua.

Grazie, quindi, per avermi permesso di passare un paio d’ore “viaggiando in compagnia della tua vita”. E un abbraccio pieno di dolcezze tutte per te.
Giulia Colavolpe Severi

 

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“Colpire e spiazzare con gusto “- 15/06/09

Credo che leggendo questo libro si debba prescindere dal gap generazionale, altrimenti si rischia di trovarsi tra punti di riferimento che non sono peculiari. Va perso per un racconto, con la vita che scorre accanto ai protagonisti. Uno spicchio di storia tra le personali storie. E Monica Viola scrive benissimo, sa colpire e sa “spiazzare” con gusto. Attendo la seconda prova.

Enrico Gregori

 

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“Nel tunnel, di ritorno e fuori “- 9/06/09

 Libro finito… L’immagine è quella di una persona che, vedendo arrivare la
luce in fondo a un tunnel fatto di corsa fino alla fine pur di lasciarselo
alle spalle, decide che tutto sommato, conoscendo ormai strada e distanza,
può tranquillamente tornare indietro e ripercorrerlo sulle proprie gambe,
al ritmo più adatto al proprio cuore e alla propria dignità, riprendendosi
lungo la strada i propri effetti personali, oggetti, ricordi e quant’altro
ha dovuto scrollarsi di dosso in passato pur di correre fuori.
Una bella immagine, sì. Non mia, però: è stato il libro!
Pier Luigi Zanzi

 

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“Il tono che riscatta tutto“- 30/05/09

Ciao cara Monica, il tuo libro mi è piaciuto moltissimo. Il tono che riscatta tutto mi ha dato addirittura gioia, gioia di poter narrare qualunque cosa e farcela, attraversarla… È il senso (uno dei sensi, quello principale) dello scrivere.
Ti abbraccio forte.
Beppe Sebaste

 

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“Non ho smesso fino alla fine“- 23/05/09

Bellissimo!!!
Ho cercato il tuo libro su internet, ho trovato la versione on line, l’ho scaricata e mi sono detta adesso leggo la prima pagina per vedere com’è, bene non ho smesso fino alla fine.
Grazie, mi hai dato delle bellissime emozioni. Ti prego continua a scrivere per il tuo pubblico.
Un abbraccio
Valeria Valier

 

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“Uno schiaffo e una carezza“- 11/05/09

 “Tana” è uno schiaffo e una carezza!
E’ uno schiaffo al perbenismo ipocrita con cui nascondiamo agli altri il nostro vissuto, fingendo - dapprima a noi stessi - che non sia mai accaduto o che sia accaduto diversamente: attanagliano le reni certe pagine perché ti sbattono in faccia (senza tante storie) che la realtà della vita è cruda; poi le stesse pagine – se le rileggi - ti rassicurano perché ci trovi la conferma di non essere “diverso” dagli altri, che in fondo la “tua esperienza” non è unica, che tutti abbiamo preso – anche se ognuno in un scompartimento singolo – il medesimo treno, che ferma alle medesime fermate, rallenta e accelera alle medesime salite e discese, e che forse porta al medesimo capolinea. Solo che c’è chi il viaggio lo racconta e chi no, chi ne ha il coraggio e chi no…
E, quasi senza accorgertene, le pagine diventano via via sempre più tue e lo schiaffo si trasforma in una carezza.
E’ carezza crudele e tenera: crudele perché sa di rimpianti per ciò che è stato e doveva non essere; tenera perché ti invita a ripercorre tutto ciò che poteva essere e non è stato.

Valentino Romano

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“L’unica ragione per cui valga la pena leggere una storia” - 27/03/09

La tua Tana mi è molto piaciuta.

All’inizio stentavo ad entrarci. Come essere su una cinquecento di quelle vecchie, quando hai quattordici anni e provi le prime volte a guidare. Dalla seconta alla terza, poi di nuovo seconda, prima, quarta.

Poi, lentamente, mi sono accorto che era così che avevi deciso di farmici scendere. Nella vita di questa ragazzina.

A singhiozzi. Forzatamente in alcuni punti, alla distanza in altri. Allontanandomi e riavvicinandomi al personaggio. Con lei.

Così, alla fine, ho scoperto che quella famiglia l’avevo conosciuta. Quella nonna, l’avevo compatita. Con quella madre, mi ci ero arrabbiato. Quel padre lo avevo giudicato. E allo stesso tempo ero partito anch’io per l’ India con Filo ed ero stato nel guardaroba del Piper con la protagonista.

La Storia, poi, mi aveva danzato attorno sulla tela di un ragno invisibile, di cui non mi ero neppure accorto. Il terrorismo così come gli anni ottanta. Tutto è odore. Che si annusa. Quando si passa all’arrivo degli anni della superficie sembra quasi di tirare un sospiro di sollievo. Come dire: sarà pure tutta Tv e ammiccamenti, ma ne avevamo proprio bisogno.

E mi è piaciuto anche il finale.

Per me, ad essere sinceri fino in fondo, il capitolo “Conclusione” poteva anche non starci. Ma si sa, qualche lettore meno (o più) accorto avrebbe potuto storcere il naso ad un ending not ending. (che poi sono i miei preferiti)

Hai uno stile semplice, discorsivo ma mai banale. E delicatamente letterario. Creativo ma senza esagerazioni.

Ma soprattutto (che per me è l’unica ragione per cui valga la pena leggere una storia):

mi sono sentito arricchito dalla lettura.

Matteo Telara

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“Mi sono fumato il tuo libro in una serata” - 19/03/09

Ciao Monica,
è difficile essere originale.
Mi sono fumato il tuo libro in una serata, sperando che non finisse…il rifiuto, la ricerca, la sensazione di essere sempre fuori posto etc etc…pur partendo da situazioni diverse mi sono (ancora) molto familiari…i sassolini devo ancora trovarli io :-)
Alberto B.

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“Voglia di guardarci allo specchio senza girare lo sguardo da un’altra parte” - 16/03/09

 Quando decidiamo di riaprire una ferita che pensavamo rimarginata, non importa se attraverso la parola o nero su bianco, significa che siamo riusciti a far pace con noi stessi, significa che siamo tornati ad amarci. Ma che fatica aprire il cuore. Ti guardi intorno e pensi: con chi, con chi potrò vomitare tutto il mio dolore senza la paura di venire giudicato o bollato? ( perché prima o poi succederà!) Comunque decidiamo ancora una volta di fidarci, ma quelle parole che a noi sembravano così chiare, semplici, ecco che improvvisamente vengono fuori diverse, sembrano murate in gola. Quando decidiamo di spogliarci, significa che abbiamo una gran voglia di guardarci allo specchio senza girare lo sguardo da un’altra parte, significa che abbiamo voglia di candore, come quella pubblicità che dice: ” più bianco non si può”….
In realtà é questa l’emozione che mi ha dato il tuo libro, al di là di tutto quello che c’è intorno: difficoltà familiari ecc. ecc. che sono state messe in luce dalle critiche che ho letto. Certe cose o le provi subito, senza star tanto a riflettere, o non le provi affatto.
Stefania Binucci

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“L’odore delle matite” - 2/12/08

 Oggetto: Il tuo libro su quella ragazza con i capelli strani
Ciao Monica, volevo solo scriverti due righe per “ringraziarti” del libro, come si suol dire. Me lo sono letto di un fiato (quasi letteralmente, in tre orette ieri notte).
A parte le disavventure molto personali, mi sono comunque ritrovato in tante cose che hai scritto. Compreso la mamma, compresi gli anni 80…
Mi è addiritura tornata in mente la sensazione di quando la sera si faceva la cartella dopo aver fatto i compiti (io un po’ li facevo, lo ammetto)… l’odore delle matite.
Mi è piaciuto, ma tanto tanto tanto (Cit.)
;)
Claudio Cicali

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“Un libro fatto di sole parole che comunica non solo attraverso le parole” - 23/10/08

Mi è piaciuto molto.
Non mi sono ritrovata nelle riflessioni di Giulio Mozzi alla presentazione del libro ad Arezzo.
Io lo ho gustato come storia di un’identità personale. L’ambientazione storica è rilevante solo in quanto influisce sulla personalità della bambina con i capelli a ombrellone. Non ci trovo nessun intento storico.
Ho sentito invece il canto di cui parlava. Un linguaggio che scorre familiare e ricercato allo stesso tempo. Con la potenza espressiva di un linguaggio parlato ma con espressioni che rimangono in bocca come pezzettini di cioccolato in un gelato alla stracciatella.
Ma la cosa che più mi è piaciuta è la struttura del libro.
La storia è raccontata per frammenti indipendenti, non omogenei per durata, stile, contenuto. Pezzi apparentemente sconnessi e lontani nel tempo. Non c’è una storia vera e propria. Se una storia c’è, questa è la storia della fatica di un’identità personale che va formandosi. Quando la fatica finisce, finisce anche la storia. La mancanza del finale tradizionale ha il potere di mettere in risalto la struttura a flash. Ho sentito molto forte l’espressività di questa struttura, quasi ogni
capitolo fosse una pennellata di un quadro impressionista.
Non un racconto che si svolge paziente, lineare, diluito nel tempo, ma incursioni dettagliate e appassionate in momenti di tempo scelti, che si affiancano, sulla linea del tempo, a buchi narrativi.
Mi è apparso molto evidente come questa struttura rappresenti simbolicamente l’identità frammentata e aiuti a creare un contesto non verbale nel quale poi le parole descrivono la fatica protagonista.
E’ un libro che mi ha fatto piangere e ridere. Un libro che mi è entrato dentro. Alcune espressioni mi hanno piacevolmente perseguitato per qualche giorno.
E’ la prima volta che leggo un libro fatto di sole parole che comunica non solo attraverso le parole. O forse è solo la prima volta che ne sono consapevole.
Una cosa invece ha infastidito la mia lettura: l’aver conosciuto di persona l’autrice.
Mi sono accorta di quanto io usi l’immaginazione leggendo un libro. La bambina con i capelli a ombrellone ha il volto che immagino io, la voce che immagino io. La protagonista è anche una mia creatura. Perfino l’autore è una figura ideale, simpatico o antipatico che sia, ricostruito secondo i miei canoni ed i miei desideri.
Aver conosciuto alcuni aspetti di Monica Viola hanno reso quasi impossibile la creazione di questa sorta di intimità ideale con l’autore.
Insomma: tante parole per dirti un grazie da parte mia.
Ciao!
Raffaella Traniello

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“Un graffio salutare alla letteratura” - 22/06/08

Brava monica. Un graffio salutare alla letteratura ostaggio di nani e ballerine catodiche, a una editorialità che in larga parte non sa più fare il proprio mestiere. Brava Monica e un bravo anche a chi ha creduto in te.
Pio Favia

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“Voglia di vivere” - 29/11/07

Mi sono letteralmente divorato Tana! Ho pianto, riso, mi sono incazzato, mi sono venuti i brividi… Ma alla fine mi è rimasta un’enorme voglia di vivere addosso.
Mario Bevione

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“Bugo, Viola e l’ e-book Monica Viola” - 31/01/07

Da (S)kazzi miei
Può darsi che dipenda dal fatto che sabato sono tornata a casa per le vacanze di Pasqua. O anche dalle menstruazioni in arrivo. Fatto sta che ieri avevo addosso un magone che non finiva più. Forse dipende anche da Amore mio infinito (la canzone di Bugo e Viola, non il libro di Aldo Nove).
C’ è una strofa che fa così:
“L’amore è quando mangi la brioche,
che l’ha scaldata la bambina.
Ma ora è fredda,
ma la mangio uguale!”
Mi ha fatto piangere. All’ inizio credevo fosse per la tenerezza un po’ infantile  che mi suscitavano le parole. Poi mi sono ricordata che Skellington, tanto tempo fa, mi aveva inviato una sua foto in bianco e nero dove guardava l’ obiettivo con aria più desolata del solito e con la mano sollevava un croissant. Ho pianto ancora di più. Era un bel po’ di tempo che non succedeva. L’ ho interpretata come una ricaduta, e questo senso di sconfitta mi ha avvilita ancora di più.
Poi, una volta calmata per distrarmi mi sono messa a leggere un e-book scaricato da Vibrisselibri.net, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, di Monica Viola.
La storia di una ragazzina cresciuta tra i ‘70 e gli ‘80 a Roma in una famiglia numerosissima.
Scritto tutto al presente, il romanzo assomiglia a una registrazione in presa diretta.
All’ inizio volevo stroncarlo per un paio di motivi.Il primo è che il presente è uno stratagemma troppo facile per portare il lettore nel cuore della vicenda. E il secondo motivo è che un po’ mi ha irritato la rabbia di  questa ragazzina nei confronti della malattia altrui, del tumore della mamma e della progressiva infermità che affigge la nonna.
” Stronza! Non l’ hanno deciso loro di ammalarsi”.
Poi però, di nuovo, sono riaffiorate alla memoria un paio di cosette che mi hanno spinta a ammorbidire il giudizio.
La prima è che raccontare storie passate al presente sarà anche un escamotage, però funziona, e funziona così bene che a suo tempo l’ ho usato anch’ io. Nello specifico non proprio il tempo presente, ma nella mia sciagurata Opera Prima è tutto un traboccare di passato prossimo. La seconda è che in gioventù, caso mai me ne fossi dimenticata ero anch’ io una stronzetta di prima categoria. E guarda caso, la mia infanzia è stata costellata dalle stesse ossessioni descritte da Monica Viola. La paura di essere abbandonata, di essere considerata un appiccicume e di essere sempre il terzo incomodo fra una coppia di amiche. Il senso di solitudine che ti spinge a fare più o meno qualsiasi cosa per ottenere un po’ di attenzione. Ora non so se è perché Monica Viola è una brava scrittrice o se perché mi sono riconosciuta nel suo racconto come non mi succedeva da un bel po’ di tempo. Fatto sta che, aspettando di trovare la concentrazione per leggere Finzioni di Borges, l’ esordio di questa normodotata mi ha colpito più  di quant’ ero disposta ad ammettere. Sto diventando troppo snob per i miei gusti: nota di demerito per me.

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“L’ho bevuto in una giornata, senza potermi fermare.” - 31/01/07

Ho letto in seguito al consiglio di un’amica. L’ho bevuto in una giornata, senza potermi fermare. Ci sono pagine di un’intensità coinvolgente, a tratti fa ridere, molto più spesso commuove. Un bel libro. E fa piacere, in mezzo a tanta piattezza, leggere qualcosa di buono, che sa ancora coinvolgere.
Ipanema

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“Innervamento emotivo ed intellettuale” - 21/07/07

“Ciao Monica Viola. Il tuo romanzo l’ho poi finito di leggere e non appena mi sarà possibile lo comprerò. E’ sicuramente uno dei pochi libri che comprerò perchè io di libri ne divoro tantissimi ma ne compro pochi. Prima di tutto per motivi economici perchè se avessi dovuto comprare tutti i libri che ho letto avrei mandato in fallimento la mia famiglia. Ma il tuo libro merita veramente. Nei vari blog in rete si discute del senso della letteratura oggi, di cosa manca ed è stato detto anche che manca alla letteratura l’innervamento emotivo e intellettuale. Questo ha dato un senso alla mia insoddisfazione rispetto a quanto si scrive attualmente. E il tuo libro risponde positivamente a questo. Dopo tanto tempo ho letto un libro emozionato, dove c’è la vita vera, dove non si fanno esercizi di stile freddi che secondo me alla fine non rispondono neanche al godimento intellettuale. Io poi insisto sulla mia fissazione di genere cioè sul senso diverso che può avere la letteratura femminile. Quello che io intendo è che la letteratura femminile deve essere prima di tutto terapia in un certo senso, acquisto della propria identità tra le tante che ci vengono proposte e secondo me ha anche una maggiore ricchezza per questo. In fondo ho l’impressione che noi donne cominciamo tutte a scrivere per costruirci una nostra identità e spesso veniamo anche disprezzate per questo: per le nostre lacrimucce. Ma da questi sfoghi diaristici, come vengono spesso etichettati, nasce una padronanza delle parole che porta lontano. Il tuo libro ha liberato in me tutto ciò che stava costretto nei passi guardinghi del saper scrivere bene. E così sono ripartita dalle precise coordinate della realtà per scrivere di emozioni e riflessioni sul mondo che poi non è altro che quello che hai scritto tu.”
Maria Zimotti
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“Frammenti di vita scevri dal vittimismo analgesico imperante” - 20/05/07

“La bambina è cresciuta. Attraverso un flusso ininterrotto di ricordi spiattella il suo percorso formativo aprendo porte interiori volutamente dimenticate dai più. Sgradevole? Lo può diventare per chi è abituato a fingere; Monica no! Racconta senza falsi pudori, conscia del proprio vissuto, frammenti di vita scevri dal vittimismo analgesico imperante. Denudandoti, offende le tue misere ipocrisie aprendo canali emotivi vigliaccamente sopiti. Coraggio. Il dolore di troppe ferite si affronta con il coraggio di chi si accetta e non accetta. Non riesco ad amarlo, il libro. Lo odio. Scardina le mie certezze. Amplifica le mie miserie. Perché mi hai fatto questo Monica?”
Paolo Roversi

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“Una generazione condannata per soddisfare la mia voglia piccolo-borghese di innocenza ” - 0704/07

“Le esperienze accumulate ci condizionano anche nei giudizi che ci formiamo sulle varie questioni che via via ci poniamo nel quotidiano vivere. Il nostro è un popolo di “innocenti”, siamo “innocenti” prima ancora di essere solo in predicato di venir accusati di un qualsiasi errore. “La colpa è tutta del governo e del sindacato”, “piove governo ladro” e via discorrendo fino all’infimo, pessimo, ignobile “le donne sono tutte puttane”: la donna, ultimo colpevole possibile nella gerarchia dei malfattori. Anche io al primo dilemma esistenziale concreto ho “scoperto” un colpevole inattaccabile fino a quando Giorgio Gaber ebbe la bontà di ricordarmi che ad aver perso era stata la mia generazione e non la tua. Ossia, con ancora in mano i “cocci del ‘77”, ho pensato bene che alla misera fine di quel movimento avesse dato un contributo determinante la generazione che mi seguiva. E mi riempivo il cervello di idiozie create o sussunte da altri idioti; che eravate voi gli artefici del riflusso, del ritorno al privato come necessità individuale aliena alle logiche del movimento rivoluzionario complessivo. Conosco per la prima volta dal di dentro, attraverso i primi vent’anni della ragazza con i capelli ad ombrellone, un’intera generazione che io avevo condannato senza saperne nulla; che avevo condannato solo per soddisfare la mia voglia piccolo-borghese di innocenza. Una generazione che pensava, agiva, mangiava, scopava, amava e subiva; cose che, messe insieme in un tutt’uno, per noi “rivoluzionari puri e veri” sembravano fuori dal comune senso del dovere e dovrei dire, con serena rassegnazione, anche del potere (come azione). Quanto razzismo mi sono portato dentro in questi quasi cinquant’anni di vita? Grazie Monica per avermene tirato fuori un altro pezzettino con il quale è doveroso fare i conti.
Prima di giudicare, urla il tuo romanzo, bisogna condividere. È la condivisione un’arte familiare solo in presenza di utili, è un’abile “società senza azioni” dove si condivide un qualcosa che si desidera condividere, in genere bella, fruttuosa e senza complicazioni coinvolgenti. Un po’ come quei “fasci pariolini” di cui parli (ma ce ne sono anche tra i compagni, anzi ce n’è una folla!). Ho voluto condividere questa storia, vera, di fantasia, o mezcla (per non essere da meno alla nonna caribeña…), certamente reale ed istruttiva anche del mio percorso da primo figlio di due e non ultimo di otto, sempre sotto l’attenzione vigile di genitori clerico-borghesi esigenti che ancora oggi debbo, con rassegnazione, definire illuminati visti i paragoni che mi è toccato fare, nel tempo, con altri del mio stesso contesto giovanile. Gli eventi ti portano sempre ad analizzare, ad interpretare con autorità e rigore diversi dall’istinto primordiale. Monica Viola ne ha tanto. Permettimi solo un inciso critico, l’unico, che mi sento di fare alle tua opera: si comprende bene l’istinto della bambina-adolescente-ragazza, ma è purtroppo filtrato dagli anni trascorsi e, lo so bene, meglio non potevi fare. Peccato. Perché io so cos’era quell’istinto, ancora mi fa rabbia, mi fa compagnia e mi tortura, ma anch’io oggi non potrei raccontarlo, nemmeno così come tu lo hai raccontato. Brava Monica, è un piccolo capolavoro il tuo romanzo, per la protagonista e per le storie, così straordinariamente normali ma altrettanto straordinariamente uniche e “transitive”, con un transito d’impatto, come un pugno in mezzo agli occhi (il gentil sesso direbbe nello stomaco, ma un maschietto come me, per giunta burino, individua esattamente l’obiettivo migliore per colpire a far male).”
Enzo Di Brango

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“Tutto d’un fiato. Rimanendo senza fiato” - 29/03/07

“L’ho letto tra Natale e Santo Stefano, tutto d’un fiato. Rimanendo senza fiato. E prendendomi gli sguardi sgranati dei miei genitori che a turno passavano davanti a me, sempre più accartocciata in posizione fetale - perché è così che ti ritrovi mentre leggi “Tana” - che una volta ridevo, una piangevo, l’altra sorridevo o mi ipnotizzavo fra le metafore efficaci quanto semplici del libro. Una “tana” ai tuoi sentimenti più profondi, ecco cos’è. Come quando giochi a nascondino e lasci fuori il dito di un piede e da quello ti “tanano”; leggendo questo libro cerchi di rimanere “nascosta”, non farti toccare dai sentimenti forti e dalle emozioni che hanno guidato la penna della scrittrice. Il ritmo tradisce il cuore che batte tornando al Piper, o nella casa piena di fratelli in frasi rapide, taglienti, essenziali. Sì, essenziale; perché nonostante la protagonista metta in gioco sentimenti intensi e duri, il romanzo non cade mai nello scontato, nel “melenso”; non vuole suscitare mai pena, tenerezza, odio, amore per i personaggi. La bambina con i capelli a ombrellone vuole solo essere ascoltata, scoperta, “tanata”. E noi lettori, nell’inseguirla fra le pagine, ci lasciamo “tanare” da lei, che ci trova col fianco dei sentimenti più profondi scoperto e molle”.
Francesca Giannetto

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“Schietto e duro” - 18/03/07

“Ho letto il romanzo e mi è piaciuto molto. L’ho letto tutto di seguito e mano a mano che andavo avanti ci restavo attaccato sempre di più, come mi succede colle storie che mi piacciono. Quindi meno male che è un romanzo breve sennò mi toccava star sveglio tutta notte! Mi è piaciuto perchè è schietto e duro, ma anche con parti più lievi belle uguale. Mi è piaciuta la descrizione dell’adolescenza e della crescita, per come viene fuori bene quel senso di incertezza, di andare a tentoni, verso un qualcosa che non si capisce bene cos’è ma intanto si va, che (al di là delle esperienze individuali di ciascuno) è una cosa così universale, dell’adolescenza di tutti.
Forse sai che faccio lo sceneggiatore, e di conseguenza sono abbastanza fissato con le strutture narrative e cose simili. Però penso anche che quel che conta, in una storia, è riuscire a trasmettere emozioni a chi legge, guarda, ascolta. E Tana per la bambina coi capelli a ombrellone le trasmette, o almeno a me le ha trasmesse. Quindi ti posso solo dire brava, e farti i complimenti.”
Gialuca Colloca (scrittore)

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“Gli strati rocciosi del dolore” - 18/03/07

Cara Monica,
ho trovato finalmente la nicchia per potermi dedicare alla lettura del tuo libro e non ci è voluto molto perché la lettura ti afferra con presa salda. Ti scrivo qui le mie impressioni di getto.
Sei bravissima e coraggiosa nell’indagare l’intimo femminile, senza paura di affrontare gli strati rocciosi del dolore, della vergogna, del sentimento di esclusione, dell’ambiguità dei sentimenti.
Ho apprezzato anche il tuo modo di affrontare la sessualità di una “fanciulla in fiore”, che non è morboso o ruffiano, ma sincero e sofferto, visto che i bisogni più profondi e interiori (di amore, di sicurezza, di potere, o almeno di non subire soprusi) passano per lei davanti alle vibrazione della pelle.
Ho ritrovato le emozioni di eventi storici vissuti dalla parte di un giovane: la strage di Bologna, per esempio (ricordo ancora una scena: sono a Parigi, intenta a lavarmi i capelli in un appartamentino che ci hanno prestato, vicino all’Odeon, e il mio compagno sente la notizia per radio. Siamo increduli, spaventati, addolorati. Andiamo subito in stazione a cambiare le prenotazioni. Partiamo subito: vogliamo esserci ai funerali. E ci siamo, nell’afa di un pomeriggio di agosto, tra una folla pazzesca e una tensione che si taglia con il coltello e il terrore che lì, in mezzo alla piazza, in un cestino dei rifiuti, qualche pazzo sia riuscito a infilare la bomba, come a Brescia, e un corteo funebre che, sfilando poi davanti alla stazione, diventa corteo di rabbia e di lotta).
Certo non posso cogliere perfettamente tutti i richiami musicali e riferimenti all’ambiente pariolino. Del resto appartengo anch’io ad una generazione di mezzo: troppo piccola per fare il ‘68, ma già cresciuta abbastanza per il ‘77 (non in termini anagrafici, ma di maturità: un prezzo pagato al bisogno di autonomia).
La scrittura - ma questo lo sai bene - è pulita, densa, senza sbavature o sciatterie.
Ti faccio i miei complimenti più affettuosi e ti auguro tanta fortuna per il tuo libro.
Francesca M. (scrittrice)

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“Una strada larga e ventosa” - 17/03/07

Questo romanzo è un frullare di associazioni, interconnessioni e deformazioni che sin dalle prime pagine si fanno vivide e colorite. L’autrice sta nel momento presente, ma è gravida del flusso del Grande Ritorno, perfettamente abbigliata da messaggera di un mondo remoto e a noi lettori senza una ragione plausibile ogni suo gesto narrato diventa stranamente familiare. Monica vive simultaneamente su piani diversi, pensa e scrive in cerchi concentrici, e s’inerpica s’inerpica di continuo. Si esprime con franchezza, invece che cortesemente. Metafisica, concretezza, elettromagnetismo. Fa parecchi tuffi in profondità, e soprattutto è disposta a divorare se stessa piuttosto che apparire come vittima di qualcuno o di una circostanza.
Senza sforzo da parte sua si allineano i personaggi in ordine di grandezza, influenza, durata, affinità, peso, densità spirituale, pochezza e così via. Alcuni li vediamo avvolti in un sudario di nebbia, altri diritti come sentinelle, altri rigidi come iceberg fantasma, altri delicati come fiori d’autunno, altri avviati correndo verso qualcosa, altri che sollevano pesi schiaccianti, o incollati a libri in cui scavare, altri che cercano di volare, ma tutti identificati secondo la penetrazione, il sapore, la fragranza e il battito del polso. Al centro sta lei, come un pianeta benevolo. Forte e caparbia si guarda vivere ed agire portandosi dietro i lettori fino ad una non-conclusione carica di promesse che devono assolutamente condurre a un momento ideale; nel libro il momento ideale non arriva mai, ed è questa la ragione per cui lo sguardo corre sulle ultime frasi come lungo una strada larga e ventosa in mezzo alla quale, di spalle, la ragazza dai capelli a ombrellone procede spedita.”
Milù

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“Due lunghe sorsate” di Roberto Calogiuri - 12/03/07

“Ho letto Tana. L’ho bevuto in due lunghe sorsate. Difficile mollarlo perché non ti molla. Decolla presto e bene. Sono rimasto tramortito. E’ denso, pastoso, rovente e sembra sgorgare dal profondo come il magma patetico, ma ha lo scatto e la definizione di una frustata.
In definitiva, Tana è un bildungsroman analitico con un magico equilibrio cerebrale genitale, e quindi trita tutto, anima e carne, con un ritmo serrato che incalza e non dà respiro, ti afferra per la gola e ti dà anche qualche scrollatina.
La protagonista non cerca commiserazione, non si accartoccia in piagnistei né in compiacimenti dolorosi; la sua infanzia faticosa - insidiata da padre e fratelli - la linea femminile che si dissolve, la fame inappagata di contatto, gli espedienti per la sopravvivenza affettiva, la crescita impegnativa e il senso di solitudine ne fanno un’eroina. Il solito quotidiano diventa mitologia senza tempo di una storia in cui identificazione e compassione nascono con la prima pagina e non muoiono con l’ultima. Il tormentoso tran tran dell’adolescente si fa paradigma di esperienza formativa che può indirizzare un giovane e far riflettere un adulto. Se volessi strafare, direi che c’è anche quella meridionalità sanguigna che è sedimento remoto e intermedio tra la tragedia greca e la Bibbia.
E poi i caratteri sono scolpiti con sensibilità, verità e profondità. Le immagini sono sempre brillanti, fantasiose e agili. La narrazione non ha mai cedimenti ed è sempre calibrata bene. C’è spazio per l’ironia. L’espressione è lucida e tagliente come una lama e soprattutto non ammicca a quel linguaggio moderno, fatto di anacoluti ed ellissi, che sembra stile ma non lo è.
Complimenti a Monica Viola.”
Roberto Calogiuri (scrittore)

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“Asciutto. Denso. Crudele. Tostissimo” dello scrittore Lucio Angelini - 10/02/07

“Eravamo troppi. Otto figli, madre padre e suocera più animali domestici. La mamma ci voleva bene di sicuro. Papà ci odiava. I fratelli più grandi mi vogliono remissiva. Durante il riposo pomeridiano della mamma mi portano dal lato opposto della casa e si fanno masturbare, un po’ l’uno e un po’ l’altro. Una volta Pietro, il ringhioso coglione, mi obbliga a ciucciarglielo. Matteo, quello viscido con la testa a pera, quasi tutte le notti entra piano nella mia stanza e inizia ad accarezzarmi la schiena… La Nonna si rompe il femore e col suo osso si frantuma il mondo. A un certo punto le BR rapiscono Moro. La Cia ha lavorato bene in quegli anni, ha alzato la soglia della paranoia collettiva fino al livello dei ragazzini. Per un periodo inizio a pensare che forse mi riconosco più nel socialismo che nel comunismo… che ci sono libertà che il comunismo non tutela. Non sono pensieri veri e propri, sono sensazioni di pensiero, qualcosa che respiro, nel 1978, in terza media. Poi si ammala anche la mamma. Cancro al seno. Con Alice vado per la prima volta al Piper. Frequentiamo un giro pariolino. La strage della stazione di Bologna: ci sento ancora tutte le grida, i lamenti, il sangue, il fumo e le macerie, immaginati e visti. Un pomeriggio mi chiama Alice da una cabina, in lacrime. Mi grida: “hanno sparato a Luca”. Glielo faccio ripetere quattro volte per cercare di negarlo. L’esecuzione porta la firma dei NAR. Anni di morte sottocasa. Giusva Fioravanti. Francesca Mambro. Walter Tobagi. I pariolini mi hanno davvero rotto, al contrario dei miei compagni di classe, coi quali condivido ideali politici e linguaggio sentimentale. La mamma è in un coma tranquillo adesso. Ha tutti i suoi tubi, ma non trema più. Filo chiede di fare lui la notte, da solo con lei. Ci chiama alle sei di mattina, per dire che è morta. Prima che finisca un mese dalla morte di mia madre, mio padre esce con un’altra. La nonna è poco più che una cartaccia di dolore appallottolata. Nessuno mi chiede conto di quello che faccio e di dove vado. Organizziamo la gita scolastica a Venezia. Papà Inizia a passare fuoricasa sei sere su sette, per fortuna. Il mio nuovo senso della vita: beccare il passaggio dei Duran su Video Music. Quindi passo la maturità e poi vado a stare a Londra qualche mese. Discutiamo argomentando se è più bella “There a light that never goes out” o “The boy with the thorn in his side”. Io per me non ho dubbi in proposito: se quella luce si fosse spenta, col cazzo che ce la facevo”.
Il privato e il politico. Il privato è il politico? Cosa resterà di quegli anni ‘70/’80? Asciutto. Denso. Crudele. Tostissimo. Da pubblicare così com’è, finale compreso.”
Lucio Angelini (scheda originale per Vibrisse Libri)