Presentazioni in Nuova Zelanda e Australia: un resoconto cardico
Novembre 24, 2009AUCKLAND, NUOVA ZELANDA, 30 OTTOBRE 2009
Ma davvero sono qui per me? Tutte queste persone?
Dall’altro capo del mondo il mio romanzo non tradotto in nessuna altra lingua, tirato fuori da una grossa valigia, mi pare davvero troppo piccolo per tutte queste persone. Smilzo, intimo, scivoloso.
L’aula è bella e odora di pulito, banchi di legno chiaro a semicerchio, vetrate che lasciano passare la luce mutevole di Auckland. Cieli bianchi, poi turchesi, poi viola, poi rosa, poi quel blu introverso e scuro, che sarebbe bellissimo vedere dal mare.
La platea è attenta, mi guarda in silenzio. Bernadette Luciano, Associate Professor e Capo Dipartimento di Lingue e Letterature Europee dell’Università di Auckland mi presenta in modo conciso e delizioso, poi sta tutto a me: trovare, in inglese, un modo per comunicare un romanzo che è così italiano. Ne ho tradotti alcuni capitoli che Bernadette e Ellen McRae, sua studentessa, hanno revisionato regalandomi anche uno splendido titolo: “Gotcha, umbrella-haired girl”. Ed è anche grazie a questo che all’improvviso ho la sensazione che il mio romanzo esista anche lì, in inglese, e che io ne possa parlare.
Le parole vengono facili, nel mio accento un po’ americano si corrono dietro una con l’altra, e la lingua fa da diaframma alle realtà più spigolose che si dipanano senza imbarazzi. Leggo il primo capitolo, così italiano ma anche improvvisamente così universale, con quella puzza di brutti ricordi di casa, gli odori di tutte le cucine del mondo, la scomodità del bagno condiviso di tutte le latitudini.
Bello parlare dell’amicizia che ti fa sopravvivere con davanti agli occhi di una delle tue amiche del cuore venuta fino a lì con te, un’amica che conosci da 30 anni. E insieme - all’opposto temporale - l’amico più nuovo che hai in quel momento: Matteo Telara, l’artefice di questa presentazione. È lui che mi ha invitata, che ha coordinato l’organizzazione di questo incontro. Dopo tutte le mail scambiate a 18.391 chilometri di distanza siamo diventati fratelli dal primo abbraccio. Matteo è un insegnante della Dante Alighieri, la cui splendida direttrice è Sandra Fresia, che ha speso altre preziose energie per oggi. Anche private: insieme a Maria Pia De Razza-Klein, cucchiaio d’argento venuta apposta da Wellington, danno uno strepitoso dinner party nell’incredibile villa di Sandra, una delle case private più belle dove sia mai entrata: l’ha progettata su marito John, un architetto che vorrei tanto potermi permettere, un giorno.
Ma ancora in aula: racconto del romanzo, ne spiego i contenuti, ne leggo qualche brano, e poi tantissime domande, tutte molto personali. Con una sensazione piacevolissima di terapia di gruppo tiriamo fuori pezzi di noi stessi, vita vera che ha voglia di emergere proprio lì, in quel momento, concessa dalla Bambina con i capelli a ombrellone che tutto sa accogliere, domande e confessioni, in un’ora volata via.
Grazie Matteo Telara, grazie fratello, per aver creato questo evento unico, grazie a Bernadette Luciano e Sandra Fresia per aver spero la loro grande professionalità in modo così generoso, e grazie a tutti voi che c’eravate, quasi troppi per questo piccolo romanzo!
SYDNEY, AUSTRALIA, 12 NOVEMBRE 2009
Sentito che avrei presentato il romanzo in Nuova Zelanda una mia carissima amica scrittrice, Emilia Zazza, si è offerta di darmi un contatto per l’Istituto Italiano di Cultura di Sydney, sapendo che ci sarei passata al ritorno dalla Nuova Zelanda. Grazie a lei sono entrata in contatto con una donna straordinaria, Alessandra Bertini Malgarini, che dirige l’IIC. Che voi non potete davvero avere un’idea di dove si trovi! QUARANTACINQUESIMO piano di uno dei meglio posizionati grattacieli di downtown Sydney: si vede tutto da lì, anche l’Opera House che sembra quasi piccola vista da quella distanza… una meraviglia ipnotica, vertigine di onnipotenza.
Anche da questa prospettiva la bambina con i capelli a ombrellone non può che sentirsi un po’ piccola, ma dura un istante: le parole calde di Alessandra e l’accoglienza di tutti, soprattutto Danilo Sidari, Lorenzo Ferrario e Paola Maschera, accorciano ogni distanza.
Questa volta presento in lingua originale: la platea è di nuovo folta ma tutta italiana. Ed è soprattutto di Italia che parliamo, stavolta, prendendo il romanzo soprattutto dai suoi aspetti politici e sociali. Abbiamo tutti una gran voglia di parlarne, non solo chi è lì da poco, ma anche o forse soprattutto chi in Italia manca da vent’anni. C’è un senso cupo, oppressivo a evocare tutti gli spettri degli anni di piombo, dei depistaggi, delle stragi, in questa sala così splendente di rilassata elegante modernità australiana. Il bisogno di dirsi che non sappiamo e per questo non possiamo dimenticare, lasciarci alle spalle, andare oltre. Forse si può solo allontanarsi di molto per far sembrare tutto piccolo, ma come possono rimpicciolire i morti del due agosto, Luca Perucci, Moro e la sua scorta, “Serpico” e tutti gli altri? Neanche visti dal quarantacinquesimo piano di un grattacielo sarebbero piccoli.
Le poche persone che non prendono la parola durante la discussione vengono a parlarmi mentre gustiamo il rinfresco che chiude la serata, con domande più intime; ma come spesso accade è il bisogno di parlare di se stessi più che del romanzo che li avvicina a me. “Tana” è un libro che fa emergere rimosso, che mi trasforma in una confidente di chi l’ha letto; bello scoprire che qui a Sydney non sono pochi quelli che l’hanno scaricato e letto: grazie a ciascuno di voi, di cuore! E grazie a Emilia e Alessandra che hanno stima in me.

