Recensioni

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Una recensione e intervista di Francesca Ori per i quotidiani italo-australiani “Il Globo” e “La Fiamma”

Una bellissima “traccia” del mio passaggio per Sydney.. Grazie a questa bravissima giornalista modenese!

Tana per la bambina con i capelli a ombrellone
Monica Viola a Sydney ci parla del suo primo libro
“Eravamo troppi. Otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici. Duecentotrenta metri quadri non bastavano per una banda di mocciosi venuti uno dietro l’altro senza che nessuno avesse tempo per tirare il fiato. Bisogni, voci, pianti e urla si accavallavano e incrociavano nelle stanze disposte in fila come un verme, lento e lungo”.
Così inizia a raccontare la sua storia la protagonista del romanzo Tana per la bambina con i capelli a
ombrellone, che, ormai adulta, si guarda indietro e ripercorre a ritroso le tappe fondamentali della sua infanzia e adolescenza.
Siamo nella Roma bene all’inizio degli anni ‘70: centro gravitazionale della vicenda è l’affollatissimo appartamento di una famiglia non proprio facoltosa. Tutto è visto attraverso gli occhi infantili della narratrice: la madre è angelica e affettuosa, ma nonostante gli sforzi non riesce a dedicare abbastanza attenzioni a ciascuno dei figli; il padre, uomo rigido e all’antica, è infastidito da tutti quei marmocchi che rubano tempo alla moglie, tempo che vorrebbe avere solo per sé. E così alla sera si chiude a chiave in camera con lei e, puntualmente, la mette incinta. E poi c’è la nonna, premurosa con lei, ma sempre più chiusa nel suo luccicante passato fatto di privilegi coloniali (era nata in un’isoletta honduregna del Pacifico, figlia di un medico tedesco).
La narratrice è l’ultima nata: per darla alla luce la madre, una 42enne ormai spossata dalla vita, soffre al punto di doverla affidare ancora in fasce alla nonna per andare a recuperare le forze in montagna. I fratelli non la vedono di buon occhio, ora dovranno competersi le attenzioni materne anche con lei.
Fin da piccola si accorge che ogni fratello ha il suo gruppetto di preferiti: lei, ultima nata, è però esclusa da tutti e spesso derisa dagli altri. È in questi momenti che, per sopravvivere, impara a mentire. Le bugie le permettono di “disperdere il vento della congiura prima che inizi a soffiare”, ma non le evitano i soprusi sessuali dei due fratelli più grandi.
Ma che effetti può avere una tale infanzia, contraddistinta dalla carenza d’affetto genitoriale, dalla scarsa considerazione a casa e a scuola e soprattutto dagli abusi sullo sviluppo di una ragazzina? Continua a spiegarcelo la scrittrice Monica Viola (www.monicaviola.it), attraverso il percorso di crescita e maturazione della sua giovane protagonista. Gli effetti sono una sostanziale insicurezza, un’incostanza cronica nei confronti di scuola e sport e infine un’accentuata volubilità, dovute alla carenza di punti di riferimento. Ad aggravare la situazione è il periodo storico in cui si svolgono i fatti. Siamo infatti negli anni di piombo, gli anni delle uccisioni di Aldo Moro, Walter Tobagi e di “Serpico”, quelli della strage di Bologna. L’atmosfera è pesante e c’è nella gente un senso di insicurezza collettiva.
Ciò che più ferisce di questo libro è leggere del senso di inadeguatezza ed esclusione che prova la protagonista: sgraziata in una classe elementare di ballerine classiche, trasandata in una compagnia di pariolini fascistelli, socialista in mezzo ai comunisti fricchettoni. E più cerca di cambiare, adattandosi di volta in volta a persone e situazioni, più fallisce nel suo intento di omologazione perdendo l’ago della bussola. Inoltre proprio mentre lotta per trovare un’identità e scoprire la sua sessualità la madre si ammala irreversibilmente. E la nonna finisce all’ospedale con un femore rotto. Insomma, proprio quando lei dovrebbe concentrarsi su se stessa è costretta a doversi preoccupare per gli altri e a vivere nella paura di rimanere orfana. Il tentativo di distrarsi dai problemi di casa la portano a compiere una serie di scelte sconsiderate, spingendola a gettarsi letteralmente via.
Ad un certo punto, però, le nubi si diradano. È quando incontra Cecilia, la sua prima vera amica, e poi Marco, il grande amore, e tanti altri che riescono a leggerle dentro, vedendo al di là dell’apparenza.
Questo romanzo ha un finale aperto, proprio come la vita vera. Ma non è la semplice trascrizione di un diario d’infanzia: ha piuttosto lo spessore di una vera e propria opera letteraria, il cui stile scarno e incalzante non deve lasciar pensare a una scrittura di getto, ma piuttosto a una scelta ponderata atta a trasmettere l’immediatezza dei pensieri di questa ragazzina confusa e incompresa.
Tra le tante tematiche “difficili” toccate nel romanzo, tutte affrontate con grande onestà e introspezione, c’è il rifiuto di accettare la malattia dei propri cari. Non dovrebbero essere i figli a prendersi cura dei genitori ma il contrario, sembra pensare la protagonista. E invece, come spesso accade nella realtà, la nostra piccola è costretta ad andare controvoglia a visitare la madre in ospedale e vivere il senso di colpa del dovere, ma non volere, respirare quell’aria pesante, di morte. Ma lei non è affatto vuota o egoista. È che ne ha già subite tante, troppe, e ora non riesce a farsi carico anche di questo fardello.
Tana per la bambina con i capelli a ombrellone racconta sensazioni che da adolescenti tutti in un modo o nell’altro abbiamo provato: il senso di non appartenenza, di non sapere chi siamo, la paura dell’esclusione, il desiderio di essere popolari tra gli amici, la delusione di scoprire che non abbiamo talento in qualcosa in cui speravamo di emergere, il vedere le nostre bugie smascherate, il risentimento verso i genitori. Attraverso il percorso di vita della protagonista siamo portati a scandagliare il nostro stesso passato e a fare i conti con quello che pensavamo ma che non abbiamo mai osato esternare. E invece la narratrice, ormai adulta, non si cura del giudizio e delle critiche della gente, e racconta le cose come stanno. Nero su bianco. Anche quello che non si dice.
Ma come ha fatto a sopravvivere questa fragile ragazzina? Ce lo rivela l’autrice del libro, che è stata ospite di recente all’Istituto Italiano di Cultura in Sydney.
Monica, il bisogno di liberarti da un passato traumatizzante ti ha spinta a scrivere questo libro?
«Il primo motore della scrittura di questo romanzo è stato quello di voler fare letteratura, raccontare una storia. La catarsi ha molto a che fare con la scrittura ma è un punto quasi di arrivo, se non ci fosse un lavoro precedente allo scrivere, il romanzo che ne risulterebbe sarebbe solo uno sfogo, con un valore letterario molto relativo. Il contrario del mio obbiettivo di scrittura».
Nel romanzo dici che c’è stata una luce che ti ha tenuta viva, a galla, nonostante tutto e tutti. Puoi parlarmene?
«Credo che la protagonista si salvi dalla sua vita per la rabbia che ha dentro, per il suo desiderio di trovare la felicità, incapace di perdere la speranza della realizzazione dei suo sogni. Penso che l’attesa di un riscatto, la convinzione che arrivi, la salvi dal piegarsi al dolore».
I tuoi ricordi di tanti anni fa sono lucidissimi: ti sei affidata solo alla memoria o tenevi diari?
«Solo memoria, mai tenuto un diario. Ma per questo lavoro ho usato moltissimo internet per fare ricerche e approfondimenti storici, e oltre a ritrovare parti di passato, ho scoperto anche come si sono evolute certe storie, soprattutto gli assassinî del periodo degli anni di piombo, l’evoluzione di certe indagini giudiziarie, sulle quali ho tenuto a essere meticolosa anche se sono solo una parte piuttosto filigranata del romanzo».
Qual è stata la vicenda editoriale di Tana per la bambina dai capelli a ombrellone dal web alla Rizzoli? E come è cambiato il libro dalla prima versione online a quella cartacea?
«Ho inviato il romanzo a Vibrisselibri, la casa editrice online coordinata da Giulio Mozzi, dove è stato pubblicato nel 2007. La pubblicazione con loro comporta una vera edizione, anche se auspica un passaggio su carta con qualche editore. Il mio romanzo è stato molto fortunato perché è stato scelto da Rizzoli per la pubblicazione sulla collana 24/7. La differenza tra le due versioni è quasi nulla e comunque impercettibile per il lettore, a parte l’aggiunta di un capitolo finale che non cambia di nulla la storia ma la “chiude” in modo più compiuto, nonché ironico. La versione scaricabile dal sito www.monicaviola.it comunque è quella di Vibrisselibri, una scelta voluta per dare rispetto al grande lavoro fatto da loro».
Come giustifichi tanto successo di pubblico per questo romanzo così “difficile”, doloroso da leggere?
«Credo soprattutto ci siano aspetti universali nella storia di questa bambina e ragazza con i capelli a ombrellone, cose che tutti noi abbiamo vissuto anche se in misura magari meno drammatica della protagonista di questo romanzo ci riguardano, come il senso di inadeguatezza e diversità, il “non appartenere” come anatroccoli neri in un lago di oche bianche; ma anche il dolore del lutto e della perdita».
Perché la tua generazione è stata così maltrattata e dimenticata?
«Perché è una generazione senza una sua connotazione precisa, ibrida: non eravamo abbastanza grandi per il ‘77 e lo eravamo troppo per gli anni ‘80, che ci hanno fatto tirare un sospiro di sollievo rispetto alla pesantezza degli anni di piombo, ma che ci hanno anche fatti sentire poveri e senza più coordinate ideali, motori politici a cui affidarci con la sensazione che ci avrebbero traghettati dall’altra parte di qualcosa, di un sogno, di un cambiamento».
Com’è nata l’idea del tuo viaggio in New Zealand e in Australia e della tua presentazione del libro a Sydney?
«Ho una carissima amica che vive in NZ e che volevo andare a trovare per celebrare i nostri 30 anni di amicizia, e un altro amico italiano che vive a Auckland sapendo che sarei venuta mi ha proposto una presentazione all’università, a quel punto ho pensato di far tappa anche a Sydney, dove ho altri carissimi amici aussie che volevo riabbracciare da tempo. Perché come la protagonista del romanzo, ritengo e ho esperienza del fatto che nulla conti più dell’amicizia, neanche la famiglia, neanche l’amore».
Hai presentato il tuo libro qui all’Istituto Italiano di Cultura in Sydney circa un mese fa. Che esperienza è stata?
«A Sydney abbiamo parlato, prendendo spunto dal romanzo, di aspetti politici e sociali dell’Italia. Abbiamo rievocato tutti gli spettri degli anni di piombo, dei depistaggi, delle stragi, i morti del due agosto, Luca Perucci, Moro e la sua scorta, “Serpico” e tutti gli altri. Le poche persone che non hanno preso la parola durante la discussione sono venute a parlarmi dopo, durante il rinfresco, con domande più intime; ma come spesso accade è il bisogno di parlare di se stessi più che del romanzo che li avvicina a me. Tana è un libro che fa emergere il rimosso, che mi trasforma in una confidente di chi l’ha letto; è stato bello scoprire che qui a Sydney non sono pochi quelli che l’hanno scaricato e letto».
Progetti futuri?
«Continuo a scrivere, per lo più poesie, una delle quali in uscita nell’antologia Auroralia coordinata da Gaja Cenciarelli, di prossima uscita per l’editore Zona. Monica Mazzitelli, con me in questo down under tour, ne ha presentato il booktrailer in anteprima».
Francesca Ori

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Intervista e recensione di Gaia Conventi sul suo blog Anagrammistery

Una bellissima recensione della giallista Gaia Conventi al mio romanzo, una delle più belle mai scritte, con una lunga intervista molto acuta. Eccole qui:

E’ arrivato un bastimento carico di orrori quotidiani, voglia di riscatto, fango e debolezze.
Un tale concentrato di male che, se fosse scritto senza la caustica ironia che traspare da ogni pagina, sarebbe un mostro che ti azzanna e ti toglie il fiato. Un libro che scorre veloce, tra un grido d’aiuto, un pianto e una risata sarcastica. Un caravanserraglio di personaggi in preda a miserie e rancori, una bambina che cresce e ci accresce, patendone di cotte e di crude. Monica Viola è una manina candida che ti stringe la gola, che ti tiene gli occhi aperti anche quando vorresti girarti dall’altra parte. Non vedere, non sentire, come fanno molti dei protagonisti. Non vedere, fare finta che sia normale, come fa la ragazzina che ci fa sbirciare nel suo album dei ricordi. Le foto ingiallite di una nonna dal passato morbido e rassicurante, le foto in bianco e nero di una famiglia che della Famiglia Bradford ha solo l’incredibile numero di posti a tavola. Orrore, terrore, crescere diventa difficile, crescere è la vendetta contro chi vorrebbe strapparti la voglia di vivere. E’ tutto vero? E’ solo un ottimo romanzo? Non importa, non ci importa, la bambina coi capelli a ombrellone forse è la compagna di banco che abbiamo perso di vista e noi – inconsapevolmente - forse una mattina, durante uno sgangherato compito in classe, le abbiamo regalato quel sorriso che l’ha tenuta aggrappata alla vita fino alla mattinata successiva. Mi è rimasto molto in testa dopo aver divorato queste pagine. La consapevolezza che, da giallista, con tutte queste vicende avrei potuto scrivere un noir coi fiocchi. La certezza, da lettrice, che senza l’ironia di Monica Viola questo libro sarebbe stato un pugno allo stomaco. Non è stato così, è un libro che svela e non svilisce, la protagonista è talmente vera che non ci lascia soli nemmeno a libro terminato. Un libro che va letto per renderci conto che la normalità non è affatto normale e che la serenità va cercata strenuamente. Un consiglio: leggete “Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” con la giusta colonna sonora, il libro è pieno di citazioni musicali.

Intervistando Monica Viola e la bambina coi capelli a ombrellone

Ho conosciuto Monica Viola grazie al web, amici di amici di amici… la solita storia che, su facebook, ti fa incontrare mezzo mondo. Spesso sono rapporti lievi, un saluto al mattino, un “come va?” durante la giornata. Con Monica è successo qualcosa di più, ho letto il suo libro e l’ho trovato bello, così bello che, cosa per me rara, ho pensato di consigliarlo a tutti. Di più, ho iniziato a consigliarlo in rete. Insomma, garantisco io, “La bambina con i capelli a ombrellone” è una vicenda che non lascia indifferenti, una lettura cruda e ironica, qualcosa che in giro ancora non c’era… ora sì.

G: Hai scritto una storia che ha preso corpo grazie al web e ad una casa editrice virtuale, un parto inusuale per questa bambina con i capelli a ombrellone. Come è nata questa scelta?

M: È nata da due cose: la fiducia nelle persone (Giulio Mozzi e Gaja Cenciarelli in testa) e dalla fiducia nella rete come spazio di diffusione orizzontale della cultura: sono felice che il mio romanzo sia liberamente scaricabile dal sito di VibrisseLibri, e che questo sia stato fatto da oltre 5000 persone.

G: Ti ho conosciuta grazie a facebook e al tuo romanzo, eppure mi sembra di frequentarti da una vita. Merito del tuo essere online in carne e cuore o del tuo scrivere senza filtri?

M: Forse da entrambe le cose? ;-)

G: Questa sagace bambina raccoglie, come Pollicino, briciole di esperienza. Si sente l’ultima in famiglia, l’ultima a scuola, l’ultima nella vita. Alla fine decide che la ribellione è la pillola magica che può tenerla a galla. Quanto hai dovuto ribellarti con te stessa per dare voce alla protagonista del tuo romanzo?

M: La protagonista a un certo punto si è semplicemente presa quello spazio. Se i personaggi non diventano ossessioni per i loro autori, difficilmente si troveranno globuli rossi nella narrazione. La ribellione è una spinta potente, LA spinta potente, insieme all’amore, di un sacco di bellissime cose.

G: I bambini ci guardano, lo sappiamo bene. Eppure in questo libro spesso i bambini sono cattivi quanto gli adulti. Si nasce cattivi e si impara la bontà o si nasce buoni e si diventa mostri col cattivo esempio?

M: Credo si nasca crudeli e si diventi in caso cattivi da grandi. La “crudeltà” è parte dell’istinto, ha una funzione quasi di sopravvivenza. Senza una certa dose di spietatezza sarebbe più complessa la continuazione della nostra specie. La crudeltà nei bambini è quasi un gioco, nei grandi è malvagità. Il cattivo esempio, la trascuratezza, aumentano però la naturale crudeltà dei bambini, ed è molto pericoloso.

G: “Sapere di piacere è il massimo della vita” diceva Mafalda. Piacere a se stessi o piacere agli altri? Le due cose coincidono sempre, a volte o mai?

M: Credo che ci siano tutte le opzioni: si può piacere a se stessi incuranti di piacere o meno agli altri (conosciute pochissime mirabili esemplari di questa categoria), si può piacere agli altri e a se stessi (conosciuto qualche esemplare in più), e si può piacere agli altri, far di tutto per piacere agli altri, odiando se stessi. Esemplari a iosa…

G: Essendo nata alle foci del Po, ho vissuto il personaggio della madre remissiva e piena d’amore del tuo romanzo con gli occhi di chi vive a stretto contatto col grande fiume. Diamo per scontato che sia lì, che si prenda cura di noi, senza pensare al fatto che lo stiamo avvelenando e che i suoi argini potrebbero non proteggerci per sempre. È maggiore il senso di colpa verso chi ci vuole bene o verso noi stessi?

M: Domanda difficile Gaia… credo che il senso di colpa sia comodo da usare per tutto, e di solito ci condiamo la maggior parte delle relazioni profonde che abbiamo, soprattutto quelle con i nostri familiari.

G: Anni di piombo, ispettore Callaghan! Falsando il titolo di un famoso film per arrivare agli orrori nostrani, quanto è stato difficile per la bambina con i capelli a ombrellone affrontare una casa priva di sicurezza e, contemporaneamente, una città, Roma, dove volavano pallottole come nel Far West?

M: Difficilissimo. Il nostro senso di insicurezza era tale che ci sentivamo schiacciati da mille paure, avendo la sensazione che qualsiasi cosa potesse succedere in qualsiasi momento. Senza preavviso, e soprattutto, senza senso…

G: Il tuo libro si snoda ad immagini, come diapositive che passano su di un muro scrostato. Sembri volerci dare le minime indicazioni spaziali per permetterci di puntare l’attenzione solo sulla bambina e sulle prove che deve affrontare per uscire dal tunnel di un’infanzia sofferta. Quanto hai dovuto scavare in te stessa per portare a galla le sensazioni della protagonista?

M: Credo che la Bambina abbia sensazioni che tutti abbiamo provato, in qualche misura. Le radici della delusione e del dolore stanno in un vaso piuttosto universale, anche se ciascuno di noi sviluppa foglie diverse.

G: La tua scrittura è priva di fronzoli, secca e dinamica dice pane al pane. È stata una precisa scelta dovuta agli argomenti da trattare?

M: Scelta millimetrica: ogni sillaba è nata precisa per uno scopo, ogni frase ha un tempo cronometrato, ogni segno di interpunzione vale come quello di uno spartito: nulla è stato tirato via. Per questo motivo il lavoro di editing è stato quasi nullo. Come dice Giulio Mozzi, quello di “Tana” è un canto, qualcosa che ha una forte unicità narrativa, molto difficile da alterare.

G: In questo romanzo dici molto. Dici tutto o qualcosa non è riuscito ancora a venire a galla?

M: Dico tutto quello che secondo me era necessario e interessante dire. Per questo è molto breve ;-)

G: La musica è parte integrante del tuo romanzo. Serve a curare ma serve anche a sopire le coscienze, memorabile la parte dedicata ai Duran Duran come oppio agli anni di piombo e alle lotte di piazza. Quale ruolo ha ora la musica? Cosa ascolta Monica Viola quando vuole stare bene con se stessa?

M: Oh, qualsiasi cosa tranne la musica popolare e la musica da ascensore (italiana o straniera). Se guardi il mio sito c’è una sezione che si chiama “soundtrack” dove c’è tutta la musica del romanzo, dichiarata o implicita, che si chiama, per l’appunto “Music that saved my ass”: volgarmente, “La musica che mi ha salvato le chiappe”. Credo che questo spieghi in modo eloquente il mio amore per la musica.

G: Ci unisce l’ironia, l’amore per i libri e la musica, la vita irreale ma così tangibile del web, i capelli a ombrellone e la dolorosa perdita di un genitore. Il tuo libro mi ha colpita, tu di più. Dovrò attendere molto per ritrovarti nuovamente in libreria?

M: Difficile da dire, ma forse non tra moltissimo, se mi saprai trovare ;-)

Grazie Monica, un abbraccio (non fraterno, di più).

Gaia

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Intervista di Isabella Moroni per Art a part of cult(ure)

Il secondo incontro letterario di DonnaèWeb. Monica Viola ci parla del suo libro scritto per la rete di Isabella Moroni

Nel  secondo incontro di “Parole. Gli incontri letterari di DonnaèWeb”  che si terrà presso la Libreria Mondadori di Viareggio venerdì 28 agosto alle ore 18.00 faremo la conoscenza del libro di Monica Viola “Tana per la bambina con i capelli ad ombrellone”, edito da Rizzoli 24/7, ma nato in rete su VibrisseLibri.

Il fenomeno della scrittura on line di per sé costituisce un segnale ed una nuova direzione per la letteratura tutta.
Scoprire che c’è posto per  le diverse forme di comunicazione, accettare che coesistano varie scritture, non può che accrescere l’offerta e lasciare spazio anche a tanto contenuto buono, consistente e continuo.

E attraverso l’esperienza di donne che hanno intrecciato rete e scrittura in modi diversi, che viene alimentato   il dialogo sull’evento DeW, perchè tutte le autrici sono in qualche maniera legate al web perché il tema del libro è fortemente legato a internet o la rete le ha viste nascere come scrittrici o le ha pubblicate, grazie a case editrici on line come nel caso di Monica Viola.

Nasce sul web la storia della bambina con i capelli a ombrellone sempre in bilico fra il dolore e la ribellione.
Nasce sul web perchè “Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” è stato il primo romanzo che il progetto VibrisseLibri ha pubblicato con un editore importante, ma anche perchè Monica Viola, proprio sul web, ha mantenuto quella capacità di reinventarsi che l’ha  forgiata e diversificata come scrittrice.

Non a caso ha scritto la sua storia per la rete, (af)fidandosi ad una casa editrice on line, “virtuale” che, al grido “la carta non è tutto (ma aiuta)” si propone anche come agenzia letteraria, cercando di promuovere i suoi romanzi anche a case editrici tradizionali.

Quella di “Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” è la storia di una generazione di confine fra un passato carico di significato ed un futuro che mostrava le premesse di altre, diverse, ignominie politiche e sociali.
Ma è anche la storia di una bambina quotidianametne a confronto col disagio, quotidianamente attenta alla costruzione della sua ribellione, unico modo perchè i traumi possano addomesticarsi.
Scarna, concreta ed anche autoironica la scrittura di Monica Viola è come la sua vita: un inerpicarsi a toglier via l’amaro da ogni sorso.

Monica Viola spietata con la sua prima vita.
Cruda e realista, iperrealista, come hanno suggerito alcuni suoi recensori.
Dimmi tre cose che salveresti della tua infanzia e adolescenza.

Credo che ognuno di se stesso possa e debba salvare tutti i momenti in cui è riuscito a darsi fiducia e proteggere la propria integrità. Non è facile farlo, da piccoli, ma a volte si riesce ad avere questo istinto buono, che ti andare oltre la sopravvivenza.

Sfamare la necessità d’amore dei più piccoli è il solo modo per strutturare l’identità degli esseri umani, o pensi che l’ambiente sociale ed epocale abbia il suo peso e la sua capacità di far deviare?

Credo che la vera forza nasca dall’essere amati e accuditi nel modo giusto, e che il resto sia poderoso più nelle scelte di vita che non nel modo in cui la si affronta, che è poi la cosa più difficile.

Cosa deve scattare (o appianarsi) nell’anima per poter iniziare a scrivere quello che ha sempre fatto troppo rumore?

Bellissima definizione questa del rumore! Sì in effetti il rumore deve spegnersi molto, si deve posare la polvere, come dicono gli anglosassoni, ma soprattutto ci vuole la distanza necessaria per vedere se stessi e gli altri con emozione ma senza emotività. Altrimenti credo che parlare di cosa che ci sono molto vicine prenda una forma diaristica francamente noiosa per chiunque non sia direttamente coinvolto.

L’analisi storico-sociale di Roma fra gli anni 70 e gli anni 80 è precisa, netta e ci offre punti di vista non sempre conosciuti. Com’era vivere, orizzontarsi, capire e scegliere in quel periodo?

Molto difficile, per la mia generazione che era un po’ “di mezzo”, un ibrido tra anni ’70 e ’80. diciamo che siamo stati parte di una coda ideale affogata nel sangue degli anni di piombo, e quindi la nostra generazione ha sofferto una sensazione di pericolo, deriva e disillusione. Hanno fatto di tutto per addormentarci e alla fine ci sono riusciti: Tana tenta di “spiegare” anche questo facendo l’esempio concreto attraverso la sua protagonista, che passa dal collettivo femminista ai Duran Duran senza fare una piega.

Nel tuo libro la storia è raccontata come se uscisse fuori dalle immagini, un po’ come la struttura di un fumetto è una scelta letteraria o il frutto della tua visionarietà?

Ti ringrazio per aver notato questo, sei la prima che lo fa e ci tengo moltissimo: pur lasciando il lettore libero di immaginarsi i dettagli (non faccio descrizioni particolareggiate di interni o esterni, di oggetti o colori – una scelta narrativa per non creare distacco dall’evocazione del ricordo personale in ciascun lettore), ho cercato di raccontare delle vere e proprie “scene”, immagini cristallizzate o in movimento che come nel cinema volevano contenere il prima e il dopo non narrato, lasciarlo intuire. La concisione, la fulmineità, la sintesi, per me sono un valore nella scrittura.

Il linguaggio che usi è estremamente contemporaneo, non solo nella scarnezza, ma anche nella costruzione. Poteva essere altrimenti?

No, la scrittura per me è la cosa più essenziale, molto più dei contenuti. Secco, veloce, incisivo, evocativo: questo vorrei fosse sempre il mio periodare. Se ci riesco o meno, poi, è un altro paio di maniche.

Hai pubblicato questo romanzo con VibrisseLibri, una casa editrice on line che, inoltre, fa un lavoro di talent scouting proponendo i libri migliori anche agli editori su carta.
Qual è il tuo rapporto con la rete?

Il mio rapporto con la rete è totale, ma in questo caso non è neanche questa la questione ma il fatto che credo che la cultura debba essere accessibile a tutti, anche a chi non può permettersela. Il progetto Vibrisselibri, come quello de iQuindici, sono davvero dei webluoghi pieni di rispetto e amore per chi scrive, e lasciano dentro un’esperienza di gratitudine infinita.

Hai scelto tu che il libro potesse essere scaricato liberamente? Ne hanno risentito i tuoi diritti d’autore?

Il romanzo è stato scaricato gratis in rete circa 5000 volte, non è meraviglioso? Che il libro circoli non può che essere un vantaggio, anche per i diritti d’autore. Se poi un giorno potessi vivere di scrittura sarebbe bello, ma è comunque qualcosa di molto utopico per la maggioranza degli scrittori.

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Recensione di Giovanni Choukhadarian

“Questo è, per fortuna, un libro non disincantato.”

La tua bambina è una di quelle che m’avrebbero innamorato subito. Perché è fragilissima, anzi è ferita: Tana è il romanzo di mille ferite e sempre una ricucitura in più. E la bambina di Tana è sbilenca: in Tana niente sta diritto diritto, tutto quanto percorre i sentieri più scoscesi. Ciò non ostante, non si sente nessun obbligo, nessuna costrizione. Il lettore è attratto, non coartato dal racconto. Ci si sente avvolti dai fatti e, quasi, tanto più sono terribili, tanto più li si racconta con naturalezza.
Tana è uno di quei libri in cui ci s’innamora della protagonista. Càpita con Moll Flanders, con Miriam, con Tess - l’ultima dell’elenco, in ordine di tempo, è la tua ragazzina.
Nella partitura del romanzo c’è un uso calibrato delle pause. Il montaggio è tradizionale, la fotografia è quella di Storaro in Ultimo tango e Il conformista. Nel soggetto e nella sceneggiatura, prepari di continuo scene madri, che neghi però tutte e ognuna. Tana è anche il libro dei gesti incompiuti, delle occasioni perdute.
Non conosci la consolazione di té, non conosci d’altronde neppure l’eccesso dell’abbandono. C’è un senso di autocontrollo doloroso, determinato, consapevole, che non diventa mai l’amarezza di chi già conosce e sa. Questo è, per fortuna, un libro non disincantato; magari nasconde lo stupore, lascia tuttavia spazio di trovarlo a chi voglia ascoltare.
Tana è altro dalla confessione; somiglia piuttosto a un resoconto, oppure a un corso abbreviato di economia politica dei sentimenti. Soprattutto, è un contenitore di vite inespresse a pieno.
Giovanni Choukhadarian

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Recensione di Fabio Ciriachi

“Una lingua che più bella e cruda non si poteva”

Tana per la bambina con i capelli a ombrellone

Una dura complicità con il male ricevuto contrassegna infanzia e adolescenza della “bambina con i capelli a ombrellone”, le cui vicende seguiamo - in ordine cronologico, e con una velocità di sintesi che toglie il fiato (“il trailer di una vita vissuta a morsi”, azzarda con successo la quarta di copertina) - dai primi lampi di coscienza del mondo fino alla linea d’ombra (ma quanto luminosa!) di una liberatoria maggiore età che fa da clausola al libro; il cui lieto fine è tutto racchiuso nel serio proposito di introspezione terapeutica formulato da un io narrante ancora viva, nonostante pericoli corsi e dolori attraversati.
Terreno di coltura del male incontrato dalla “bambina”, una famiglia italiana della media borghesia  (padre funzionario dell’IRI, madre casalinga, cattolici) all’interno della quale, nel corso degli anni Sessanta, vengono al mondo otto figli; “troppi”, come titola in modo significativo il primo capitolo, il cui incipit è un lapidario “Eravamo troppi” (comprendendo, il nucleo, anche la nonna materna, di origini ispano-esotiche, più vari animali domestici le cui tracce, però, si perdono subito).
L’io narrante è l’ultima ad arrivare in famiglia, nata da una madre quarantaduenne talmente sfinita e impaurita da gravidanza e parto che dopo la nascita la “lascia alla nonna e va in montagna per qualche settimana”. Separazione, questa, non priva di conseguenze per la “bambina” che intanto detesta il padre (con la sua “puzza invisibile di testosterone”), lotta strenuamente con lui per conquistarsi qualche briciola della madre  (la cui mancanza solo parzialmente è compensata dalla nonna con cui condivide “l’odio per papà, la sfiducia nei maschi, l’infantilismo”), subisce le molestie sessuali di due fratelli, che ne segneranno ulteriormente il futuro sentimentale già complicato dalla fame insaziata d’amore materno.
Il corso della sua infanzia non ha uno sviluppo migliore delle premesse. Della scuola dice: “Se i cinque anni di elementari fossero una stanza, ci darei sopra la calce viva con la cazzuola”. Il sociale attraverso cui si mette alla prova è quello fascistoide-pariolino già saldamente concentrato su un avere pieno di oggetti-simbolo, tutti costosi e al di sopra di quanto possa uscire dai rigorosi bilanci dell’economia familiare. Nella sua coscienza perennemente inquieta non c’è lotta tra il bene e il male, consistendo, il suo bene, nel semplice desiderio di occupare i posti privilegiati del male (“io vorrei stare tra i congiurati, voglio anche io qualcuno da schiacciare. Voglio anch’io esercitare soprusi. Vorrei vendetta, vorrei sterminare, ma tutti mi vogliono buona e dolce: e buona sia”).
Col progredire dell’età le prove da superare si fanno sempre più difficili, e al primo giro di boa, che ha per teatro la scuola, la “bambina” cede ed è costretta a ripetere la quarta ginnasio. Tra peripezie di vario genere - spiccano l’incidentale deflorazione con un OB Super, oltre alla preziosa amicizia con Cecilia (la prima di una serie di personaggi femminili fondamentali per il lieto fine) dalla quale è aiutata a vedersi in modo nuovo - infine incontra l’amore nelle vesti di Marco, con cui riuscirà a raggiungere la perfezione di un amore condiviso e di pieno appagamento solo tre anni dopo essersene segretamente innamorata; perfezione, però, che svanirà presto non appena la “bambina”si accorge che non è il principe azzurro la vera meta del suo cercare.
Intanto la madre si ammala in modo grave, e dopo un tempo considerevolmente lungo di speranze, di bugie pietose e di peggioramenti - durante il quale la “bambina” si distanzia sempre più dalla famiglia - infine muore (“La mamma è morta, finalmente. Dopo anni vissuti nella paura che sarebbe sparita all’improvviso […..] non ho più bisogno di spaventarmi formulando ipotesi angosciose, la realtà ha fatto diventare calmo il mare della mia ansia da abbandono e sono entrata in un porto triste ma protetto, sotto controllo. Meglio orfana che in attesa di diventarlo”).
Il padre, che in tempo record ha già una nuova compagna, si fa sempre più assente, e la vita non si stanca di esibire, alla “bambina”, il suo campionario di asprezze: “Era questo bubbone di odio che avevo dentro mentre sorridente, ridanciana e scivolosa continuavo la pomiciata. Conquistare per punire, punirne cento per vendicarsi di due soli. Arrapavo e mandavo in bianco”.
Il male ricevuto prolifera nella necessità (autolesionista) di restituirlo facendosene a sua volta portatrice, continua a essere per lei lezione di vita, esempio da imitare, vendetta che non appaga. Come uscirne? Come salvarsi la vita?
L’impresa le riesce, in pieno metabolismo da maggiore età, allontanandosi dalla palude romana per purificarsi nella compassata freddezza dell’inverno londinese; e, una volta tornata, nello scansare con saggezza tutti i vecchi ostacoli e zavorre, e nel mettersi accanto a persone e a luoghi diversi da quelli di prima, puliti, e soprattutto “iniziando a stare davvero con me; una base buona per iniziare una psicoterapia con Clara e una vita meno fragile…”.
Tacciata di ostinazione per non voler scrivere un finale che lei ritiene esista già (ed è vero) la  “bambina” - alla quale nel frattempo anche il lettore meno ben disposto ha iniziato a volere bene - risponde (ed è una chiave di lettura di una limpidezza ineccepibile): “se non ero una ragazza testarda forse ero una ragazza morta”.
La donna che nel frattempo la bambina è diventata, e che ha avuto la forza di prendere in mano la sua vita assumendosi la responsabilità di dire io per raccontarne i rischi maggiori (e lo ha fatto con una lingua che più bella e cruda non si poteva) ha pagato in anticipo, e tutto intero (per questo non è scontata), il prezzo della sua presenza nel mondo. È grazie a questa sicurezza - non caduta dal cielo, ma cresciuta dalla terra e dalle sue stagionali fatiche - che l’ex “bambina” può rompere per un attimo l’ordine cronologico della narrazione al passato per parlare di sé ora, e scrivere, nel raccontare la vestizione funebre della madre, le parole che chiudono definitivamente il cerchio del rapporto con lei: “È stato scelto un abito blu, acrilico, con fiorellini bianchi, che mia madre metteva spesso. Ora è certamente intatto, l’unica cosa integra nella sua bara a parte le ossa e i denti”.
Fabio Ciriachi
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Recensione su aNobii di Francesco Forlani

Della serie: un libro che libera tutti (tana)
Al principio della mia frequentazione dei blog, avvenuta per puro caso e in coincidenza con il ritorno in Italia, la carte de navigation che mi portavo appresso, contemplava oltre al blog di cui facevo parte (nazione indiana), Lipperatura,e Vibrisse. E ricordo benissimo quando nella colonnina a destra comparve lo strano libro dallo strano titolo, insieme ad altri che però non avevano attirato la mia attenzione. Non frequento più Vibrisse da tempo, ormai, e dalla Lippa faccio solo qualche capatina. Altri lidi erano apparsi all’orizzonte, altre cartes e di certi compagni di viaggio non ricordavo più nulla. In occasione di alcuni incontri recenti dove era storia di storie di libri, e di come raccontarle con altri mezzi che non fossero le parole, un’amica di un tempo - quello a venire- in una nutrita assemblea ben frequentata- ma su tutti spiccava il (finto) nodo della (finta) cravatta di un messaggere dell’imperatore Mercato - a fine sit-in, da tutti giù per terra, mi rifila un libro.
Per discrezione a pancia in giù sul tavolinetto davanti a noi. E così leggo due date: 1968, 1980.
Azz! - mi sono detto.
Ci siamo salutati tutti, con l’amica abbiamo perfino ballato, e una volta a casa degli amici che mi ospitavano, a Roma, l’ho tirato fuori dalla saccoccia e ho cominciato a leggerlo. Perché mi piaceva il titolo, perché il nome Viola mi riconcilia con il mondo. Perché non avevo un cazzo da leggere e anche questo succede. Se c’è una cosa che chiedo ad un libro è di raccontarmi una storia. Non me ne frega una cippa di quanto vera essa sia, e quanta grammatica ne animi il fraseggio, la punteggiatura. Quello che cerco in un libro - ma resto convinto del fatto che sono i libri a cercare noi- è la verità della storia. E la verità di una storia la capisci subito dalla voce, che trasforma la tua dalle prime frasi lette. Senza sussurrarti all’orecchio, ti giuro che è vero! credimi, davvero io… alla maniera di certi cuochi con le palle che una volta messa su la pentola con la materia che sarà miracolo, lascia che il fuoco faccia il resto e se ne va per i cazzi suoi, in giro, magari stappando una buona bottiglia che possa allietare l’attesa.
L’opera, per quanto piccola, di uno scrittore è tale quando in un rapporto di totale fiducia con il suo autore, dice all’autore di farsi da parte per lasciare entrare nell’esiguo spazio di un volumetto, il lettore. Non sempre l’ospitalità viene ricambiata con gratitudine e ci sono certi ospiti che una volta entrati cannibalizzano ogni angolo della casa, spostando cose, notando imperfezioni e polvere accumulata sugli armadi. Per loro - e non so perché li associo a certi lettori commentatori in doppio petto presenti anche su anobii - varrebbe la pena rovesciare l’antica frase dell’ospitalità in una nuova che suonerebbe più o meno così: entra pure e fa come se fossi a casa mia!
Quando sono arrivato alla fine del petit voyage sentimentale di Monica Viola (VM, vietato ai minori, di spirito) ho così sentito ancora una volta la magia di un attraversamento. Di un convivio in cui se ne stavano raccolte e accolte tutte le paure e i lutti di una piccola vita appena diciottenne.
Di un’epoca gli anni ottanta, che già nel nome reca il significato di molto. Ho così sentito la “verità” degli ingredienti di quella piccola cucina, e ho chiuso il libro con quella stessa rara gioia, che provi per un libro che ti è piaciuto e che ti sei pagato.
effeffe

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Recensione su Mucchio Selvaggio - Annuario del 2008 - di Maura Murizzi

Un annus horribilis come il 2008 non poteva che generare una classifica di splendidi inni (quali più, quali meno impietosi) ai perdenti: menzione speciale ai tre esordienti Giordano, Mascheri e Viola, che tra poesia e cinismo, tra autopsia del dolore e occasioni sprecate hanno raccontato mirabilmente il male di crescere e la fatica dei rapporti familiari.
Se Giordano ha visto abbondantemente riconosciuti i propri meriti e le ardite metafore aritmetiche, altrettanto non può ancora dirsi per i suoi due ’colleghi’ sopramenzionati che, vi assicuriamo, hanno da offrire storie, spleen e stili altrettanto interessanti.

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Recensione su Ricambi Riciclati del 17 settembre 2008

Romanzo di Monica Viola. Viene presentato oggi alla Libreria Flexi.
Il libro è breve, si legge bene. Doloroso e ingenuo come può esserlo un libro che parla di infanzia e adolescenza, formazione emotiva a Roma Nord che passa tra neofascisti in crescita e ultimi bagliori di fumo degli anni Settanta. Tutto in un microcosmo familiare dove si sperimenta il buono (poco) e il (tanto) cattivo della società esterna. E per fortuna c’è la musica, alla fine, con una luce che non si spegne mai, tra Piper e De Gregori, ma anche in un mondo più grande, più grande di tutti noi a quell’età, troppo grande per essere compreso, visto, immaginato, e non può che esser filtrato da un disco, da un video.
Bella lettura.
p.s.
il libro è rilasciato sotto creative commons, e si può scaricare gratuitamente.

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Intervista di Marta Baiocchi per Romacultura.it di aprile 2008

Lo sguardo iperrealista di una donna sulla propria infanzia e adolescenza, in una famiglia in cui si sovrappongono e confliggono la dolcezza inafferrabile di una mamma cattolica, otto fratelli di età diverse, le regole rigide di un padre autoritario fino alla brutalità, la svagatezza di una nonna persa tra ricordi di una passata ricchezza. E l’abuso sessuale da parte dei due fratelli maggiori. Sullo sfondo, le schegge di una Roma tra gli anni settanta e ottanta: l’assassinio di Moro, un ragazzo ammazzato a pistolettate in mezzo alla strada per vendetta politica, le mitiche discoteche dei quartieri alti, gli studenti dei licei con “un’aria comunista di volersi bene e di accogliersi”. Una corsa a perdita di fiato verso la costruzione del sé, che è sempre lì, solo pochi centimetri oltre la punta delle dita. Da una serie di flash in un crudo bianco e nero, emerge la storia di formazione di una donna, che è anche racconto di una generazione.

MB: Monica, in questo libro usi un linguaggio minimalista, quasi da cronaca, e un “montaggio” narrativo a spezzoni e fotogrammi, dai quali il dramma della bambina coi capelli a ombrellone sbuca fuori come da un visual puzzle. Cosa ha guidato la tua scelta di stile - oppure è stato un modo narrativo che ti si è imposto spontaneamente?
MV: Non ho fatto scelte “tecniche” di nessun tipo, ho adattato la parola al contenuto assolutamente d’istinto, anche se ho la sensazione che alla fine anche lo stile si sia fatto contenuto, il che spiega forse anche il perché della tua domanda.

MB: Nonostante questa famiglia sia così numerosa e ingombrante, in pochi punti del libro le personalità dei suoi componenti vengono fuori da uno sfondo rumoroso e incombente. La bambina protagonista sembra in qualche modo sempre profondamente isolata, anche quando parla di quei fratelli o sorelle a cui è più legata, o della madre che adora. La famiglia che tu descrivi rimane in fondo il luogo dove l’individuo è più solo. Oggi si sente molto parlare della famiglia: cosa ne pensi tu?
MV: Penso che della famiglia si parli troppo e molto spesso a sproposito, specialmente ogniqualvolta si mettono in contrapposizione “famiglia” versus “estranei”, “italiani” versus “stranieri”, “sicurezza” versus “pericolo” e via delirando. In realtà è all’interno della famiglia che si perpetrano la violenze più atroci, soprattutto contro le donne e i bambini, e questo è un contenuto importante del mio romanzo, un argomento di cui si parla poco e da poco, ma che dovrebbe aiutarci a essere più laici anche in questa direzione.

MB: Una delle cose che colpiscono di più nel libro è la lucidità con cui mostri il processo con cui un’adolescente alla ricerca spasmodica della propria identità, che non trova la forma di amore di cui ha bisogno da coloro che le sono più vicini, arriva a perseguire modelli di affettività e femminilità inquinati. Molte delle dinamiche che ripercorri sono comuni a tante donne della nostra generazione – fatti salvi, vogliamo ottimisticamente sperare, gli aspetti più dolorosi. Cosa pensi che sia cambiato, nei passaggi che le adolescenti affrontano oggi?
MV: Poco o nulla. Credo che la pressione sia la stessa, anzi, forse il ricatto della bellezza e dell’ostentazione della sessualità sono più forti, e mancano una serie di rifugi. Uno dei commenti che mi ha fatto più piacere è stato quello di una giovanissima lettrice, che mi ha detto che ha trovato il suo mondo nel mio.

MB: Nel tuo libro, i problemi della società e della politica dell’Italia di quegli anni sono sempre lì sullo sfondo, solidi e ineludibili anche per un’adolescente. La ragazza che tu descrivi, come molte di noi , si interroga spesso sugli ideali, sulla politica, sulla collettività. Cosa rimpiangi e cosa bruceresti del modo di vedere la società di quegli anni?
MV: È doloroso pensare agli anni di lotte politiche finiti nella fanghiglia delle stragi di stato e del finto terrorismo, ma in tutta onestà ritengo anche che il socialismo democratico lo abbiano lasciato fare agli svedesi solo perché erano una manciatina di milioni: da noi era impossibile pensare che sarebbe continuata come sembrava. E forse saremmo finiti comunque come siamo finiti oggi, alla fine la globalizzazione è anche questo. Ma c’è molto dolore, un dolore enorme per tutto quello che abbiamo perso, per la laicità della vita, della scienza, della politica che sembrava più a portata di mano. A quattordici anni sono andata la prima volta al famoso consultorio femminista di Via dei Sabelli 100, quello gestito da Simonetta Tosi: sono cose che cambiano per sempre la tua percezione di vita. Adesso il mondo diverso possibile mi sembra realizzabile solo ad altre latitudini, con altre facce, e pelle di altro colore; forse.

MB: In “Tana” hai scelto di non dare un happy end a una storia per molti versi difficile, ma di lasciare un finale “aperto”. Non voglio spremerti una”morale della favola”, però ti chiedo: c’è qualcosa che ti sentiresti di dire alle giovani donne che ancora oggi si trovano a fronteggiare violenza e abuso in famiglia?
MV: Certo: parlarne il più possibile, non aver paura di affrontare i proprio fantasmi, non cedere ai ricatti esterni e interni, sapere che se è naturale da piccoli prendersi le colpe degli adulti, da adulti bisogna elaborare e restituire al mittente. E far suonare le campane di tutte le chiese ogni volta che il re è nudo.

MB: Il tuo romanzo uscito con la casa editrice online VibrisseLibri (www.vibrisselibri.net) è tuttora scaricabile gratuitamente in rete. Pensi che questo danneggi le vendite?
MV: No, penso che le aiuti moltissimo. Quasi tutte le persone che hanno letto il mio romanzo in rete prima della pubblicazione con Rizzoli ne hanno comprata almeno una copia, e moltissimi mi scrivono che l’hanno regalato e segnalato a loro volta a decine di persone. Quindi è l’opposto, credimi. Se per assurdo avere il romanzo in rete diminuisse le vendite a favore del numero di letture poi, non potrei che esserne comunque felice: scrivo per essere letta, non per diventare ricca. Se avessi scelto di scrivere per far soldi sarei stata davvero scema! Questo non significa che io creda che gli artisti non debbano essere pagati: artista e artigiano hanno la stessa etimologia, e il lavoro va pagato. Mai limitando l’accesso alla cultura, però!

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Recensione di Filippomaria Battaglia su Panorama.it del 21/04/08

QUARANTA RAGIONI PER NON AVERE FIGLI. E ALTRE STORIE DI DONNE

[…] Incentrato sulla Roma degli anni ‘70 è invece Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, che porta la firma dell’esordiente Monica Viola (Rizzoli). Tanta musica (i Pink Floyd che cantano scalzi e ancora sconosciuti al Piper Club) ma anche tanta violenza (il fatidico 1977 così come le trame neofasciste) fanno da sfondo ad “una educazione affettiva caotica e senza filtri” minate da lutti ed abusi consumati tra le mura domestiche. […]

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Recensione di Alessandra Rota su Repubblica del 6/03/08

QUANDO L’INFERNO E’ IN FAMIGLIA

Il popolo della rete lo ha approvato, soprattutto quello femminile. “Uscito” lo scorso anno su Vibrisselibri, la casa editrice virtuale (la stessa che diede vita alla prima esperienza dei Wu Ming e nata da un’idea di Giulio Mozzi), il libro è stato pubblicato adesso da Rizzoli (pagg. 160, euro 15) con il titolo Tana per la bambina con i capelli a ombrellone. Scritto da Monica Viola, nata nel 1964, “infelicemente impiegata”, è un viaggio all’inferno. Solo che l’inferno è la famiglia. Una storia che nasce in apparenza come il racconto dell’ educazione sentimentale dell’ultima degli otto figli di una coppia borghese benestante e finisce come manifesto di una generazione a cavallo tra gli anni delle Brigate Rosse prima, delle azioni dei Nar poi. Passando per il Piper, i Depeche Mode e alla fine Londra.

La ragazzina “con i capelli a ombrellone” impara dentro casa a nascondere paure, emozioni, sentimenti. La sua piccola vita- le fiabe, le corse, la zia Franca, la minestra calda - è un crescendo di disagio. A cominciare dalle esperienze sessuali con un fratello più grande, che la costringe, lei piccola e spaventata, a masturbarlo, o peggio. Scopre tutto la nonna spagnola ma i genitori preferiscono non minimizzare (la descrizione della madre che la costringe ad aprire le gambe per vedere se è ancora vergine fa rabbrividire). La reazione della bambina è il masochismo e il risultato pratico sono una serie di inutili operazioni chirurgiche. All’interno di un contenitore stile lessico familiare (la bella villa in montagna con il giardino che confina con il parco giochi del paese, le sorelle maggiori che ospitano la più piccola nel letto, la mamma affannata e distratta)la violenza si allarga a ventaglio - le botte testarde e cieche del padre per i compiti non fatti - fino a che non diventa un dolore sordo che accompagna la crescita di un’adolescente difficile e - come si definisce - appiccicosa. Che sbanda emozionalmente tra femmine con lo chignon, esili figure del corso di ballo, e maschi occhialuti ma assai virili conosciuti in vacanza. Un libro che oscilla tra il diario e l’analisi, interessante e allarmante, soprattutto quando si parla di sesso. Niente a che vedere con gli amplessi tonici descritti da Federico Moccia,o con le acrobazie riprese da Ang Lee in Lussuria, è - per molte pagine - grigio e deprimente (forse per questo anche molto reale): la deflorazione con un Tampax, la prima volta con uno dei fratelli per superare un’inesperienza che non si vuole ammettere(coito interrotto, per fortuna), poi l’amore che sembra vero ma è sempre permeato da un senso di inadeguatezza che fa stringere il cuore. Anche l’esame di maturità superato è solo una tappa, un tassello per andare avanti in una vita a cui qualcuno ha tolto tutti i colori. Non c’è un vero finale “perché raccontare una storia se è finita, allungare il brodo?”; c’è la prospettiva di una risolutiva terapia. Purtroppo tutti i fatti e i personaggi descritti sono realmente accaduti.

La recensione si può leggere anche qui.
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Recensione di WM 1 sull’Unità del 20/02/08

VITA DI “APPICCICUME”: SOPRAVVIVERE ALL’ADOLESCENZA

Forse, alla buon’ora, volge al termine l’epoca in cui editori stolti si rifiutavano di pubblicare un libro nel caso questo fosse già scaricabile in rete, come se il download, anziché favorirle, potesse interferire con le vendite in libreria (antica credenza oscurantistica, ancora presente nelle énclaves più arretrate dell’industria culturale). La casistica dei dinieghi è più ricca e variegata di quel che si potrebbe pensare, tra i libri a farne le spese anche opere pregevoli, come Eroina di Lello Voce (in seguito riedito all’interno de Il Cristo elettrico, No Reply, 2006).
Tuttavia, non siamo qui per mettere alla gogna chi non sa fare il proprio lavoro: la lunghezza della gogna eccederebbe quella della Penisola. No, siamo qui per segnalare gli esiti di un progetto, Vibrisselibri, avviato nel 2006 dallo scrittore Giulio Mozzi, progetto che scommetteva su un percorso a tre tappe: scoperta di nuovi autori e libri; pubblicazione e valorizzazione in rete; ricerca di editori disposti a proporli su carta con tutti i crismi e le garanzie. Una sfida all’industria del libro, un invito a tirar fuori gli attributi.
Bene, la ruota gira nel verso giusto, la sfida viene raccolta. Per il piccolo e intenso bildungsroman di Monica Viola - fra i primissimi titoli pubblicati on line - si è fatta avanti la Rizzoli, e ora eccolo qui, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone .
Si è già scritto molto di questa cavalcata lungo l’infanzia e l’adolescenza di una ragazza romana, dalla fine degli anni Sessanta alla prima metà degli Ottanta. Una bambina in perenne carenza d’affetto, che iper-compensa il sentirsi inferiore a suon di invadenze e impacciati protagonismi. Non a caso il suo nomignolo è “Appiccicume”. In diversi hanno posato l’accento sulle violenze al corpo e all’anima, sull’incesto e gli abusi sessuali, sul tessuto cicatriziale lasciato da quelle esperienze. Sono pagine forti, quelle in cui Appiccicume - profilo incerto tra Lolita e anatroccolo - è sballottata tra i pompini ai fratelli maggiori e gli sbotti di collera di un padre inadeguato a tutto, sotto i radar malfunzionanti di una madre che ha troppi figli e di una nonna materna chiusa in un sarcofago di sordità e ricordi esotici (personaggio bellissimo, quest’ultimo).
Altri sguardi sul libro hanno messo a fuoco il fondale che incombe - e sovente precipita - sulla storia: l’Italia del boom che finisce, dell’austerity che arriva, della politica che diviene feroce (e a un certo punto fischiano proiettili e muore pure qualche amico), dei branchi di fascisti modello Circeo o, secondo alcuni (e a dire dello stesso Pino Pelosi), modello Idroscalo di Ostia.
Tutto vero, c’è questo e c’è quello. C’è la deflorazione a opera di un fratello maggiore (con fatalistico consenso e torpida iniziativa di Appiccicume) e c’è l’attentato neo-fascista al magistrato Vittorio Occorsio, 10 luglio del ‘76. C’è lo stupro di gruppo sfiorato per un pelo e c’è l’assassinio da parte dei NAR di un giovane militante di Terza Posizione accusato di essere un “infame” (episodio di una faida interna alla destra armata, speculare ad altre faide in corso a sinistra, nelle carceri speciali).
C’è anche molto altro, però. Ad esempio, c’è un frizzante compendio di etologia umana, che farebbe la gioia del compianto Konrad Lorenz e dialoga a distanza con certe pagine su amore e odio scritte da Irenäus Eibl-Eibesfeldt. La bambina coi capelli a ombrellone descrive “da dentro” comportamenti che mai come nell’adolescenza si mostrano leggibili: indica strategie di sopravvivenza e adattamento dell’individuo a branchi (gruppi di amici) soggetti a rapidi mutamenti, e racconta le inquiete ritualizzazioni tipiche dell’adolescenza. Da ragazzi si ritualizza la fuga (ci si allontana per essere inseguiti, tanto nelle fughe da casa quanto nella “civetteria” dei flirt e dei corteggiamenti, fino all’estremo di appariscenti tentativi di suicidio per chiamare l’attenzione) e si ritualizza l’aggressività (è il periodo della vita in cui assumono massima importanza il “piumaggio” acceso del singolo e i “colori di guerra” del gruppo).
La parte più toccante del libro è la lenta, tenace risalita della protagonista, che supera traumi e problemi facendo lo slalom tra perdite gravi (agonia e morte della madre) e conquiste che, realizzandosi, la svuotano. L’affannato e tremulo assedio a Marco (anzi, MARCO, tutto maiuscolo), il grande oggetto d’amore, sfocia in una vittoria, ma già due capitoli dopo Appiccicume scrive: “Ora che l’ho acquisito, l’ho anche consumato un po’. E’ la mia sicurezza ma da quando ho portato a casa il punto ho perso motivazione. E’ la pillola salvavita ma non mi basta più, voglio oltre, devo oltre”.
Tale “oltre” finirà per collocarsi, almeno per qualche tempo, a Londra, la Londra dei languori New Romantic, degli Spandau Ballet e - specialmente - dei Duran Duran. 1983-85, la nuova ragione di vita è incontrare e conquistare John Taylor, bassista bel-tenebroso della band di Girls on Film.
Per implausibile che possa sembrare, questo capriccio frivolo, quest’ultima mattana, è il culmine del processo di emancipazione. La bambina coi capelli a ombrellone, tra bruschi scarti e paradossi, si è allontanata dalla tana. Altre la guardano, lei sorride, alza le spalle e indica la via. Tana libera tutti!

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Recensione su Lost Books del 24/03/08

TANA PER LA BAMBINA CON I CAPELLI A OMBRELLONE, DI MONICA VIOLA

A chi naviga in rete alla ricerca di autori e letture inconsuete non sarà certo ignoto questo romanzo di Monica Viola: disponibile già un anno fa in copyleft grazie a Vibrisselibri, a gennaio 2008 è finalmente uscita la versione cartacea – rivista e ampliata - di “Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” (Rizzoli).

“Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” è un romanzo sull’infanzia e l’adolescenza, o meglio, su come si possa sopravvivere ad un’infanzia e ad una adolescenza segnate dalla violenza, dal dolore e dal lutto.

La “bambina”, protagonista e voce narrante di questo romanzo-diario, combatte quotidianamente una durissima lotta per ritagliarsi un proprio spazio, prima in seno alla famiglia e poi nel mondo, fra le amicizie e con l’altro sesso.
Spinta da un inesauribile bisogno di affetto – che le fa guadagnare il nomignolo crudele di “appiccicume” - la “bambina” tenta di emanciparsi dalla propria condizione di invisibilità, ma il suo percorso è punteggiato di sbandamenti e di atteggiamenti borderline.

Schietto e crudele, il romanzo di Monica Viola è capace anche di mescolare dimensione privata e dimensione collettiva, facendo emergere le fragilità di un’epoca e di un’intera generazione.
Dalle pagine occhieggiano gli anni di piombo e le azioni dei NAR - “anni di morte sotto casa”, li definisce, lapidaria, la narratrice – ma anche l’immagine di una femminilità in cerca di un ruolo diverso. Non a caso, le figure più toccanti del libro sono quelle delle madre – donna dolcissima e accogliente ma incapace di contrastare un marito padrone – e della nonna della protagonista, modelli femminili appartenenti ad un’epoca ormai lontana.

 

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Recensione su Pink Blog del 10/03/08

TANA PER LA BAMBINA CON I CAPELLI A OMBRELLONE DI MONICA VIOLA

Qualcuna non potrà fare a meno di riconoscersi nella bambina coi capelli a ombrellone. Non tanto per i capelli, quanto per il percorso di vita. Perché a cavallo tra i turbolenti anni ’70 e i dinamici anni ’80 l’identità bisognava costruirla a partire da paradigmi ingombranti.

Lo racconta Monica Viola nel suo primo libro, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone: come la “storia con la “s” minuscola – che come la protagonista si appiccica, seduce e non molla – riesce a intercettare la Storia con la “s” maiuscola”.

È così che conosciamo la vita di una ragazzina cresciuta all’ombra di una famiglia scomoda, alla ricerca di affetto e attenzioni che le sono state negate o le sono state elargite in maniera distorta, malsana.

I piccoli fallimenti, le piccole conquiste, gli amori e il sesso, le paure – intrecciate agli episodi più sanguinari della storia del nostro paese. Quello che ne viene fuori è un ritratto a tinte fosche dell’Italia a cavallo tra i due decenni e un avvincente monologo interiore che combina i tratti della narrativa più ritmata a momenti di riflessione che sfiorano il lirismo.

 

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Segnalazione su TTL (La Stampa) del 16/02/08

GRECO, LATINO E DURAN DURAN
A cavallo tra gli Anni Settanta e gli Anni Ottanta. A Roma. «Tana per la bambina con i capelli a ombrellone»: all’esordio, Monica Viola (1964) porge l’inventario di un passaggio. Da puttana bambina a adolescente, alla maturità. Di trauma in scoperta, via collezionando il Piper, il coma materno, i Duran Duran, greco, latino, fino a imboccare l’uscita di sicurezza: «Ma ora va tutto bene e, se non ci dispiace, su certe storie (la bambina) vorrebbe tirare una riga».

 

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Segnalazione di Valeria Parrella su Grazia del 19/02/08

L’AMORE STRARIPA
«Se mi avessero scoperta al Piper i miei mi avrebbero messa in castigo per l’eternità, ma non mi hanno scoperta, sarebbe stato troppo impegnativo».
Con questa vocetta ribelle e consapevole, parla la bambina con i capelli a ombrellone dell’esordio narrativo di Monica Viola. Una ragazzina romana che sente il suo amore straripare per ogni dove, e il dove sono gli Anni ‘70, poi gli ‘80, Rino Gaetano, i Pink Floyd e il Drive in (quello di Italia1).

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Segnalazione su A di febbraio 2008

Non c’è niente di leggero in lei; una lacrima pesa tonnellate. È una bambina, ma soffre: gli abusi dei fratelli, la violenza del padre, la cattiveria dei coetanei…

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Segnalazione su Donna Moderna 18/01/08

Il mondo dei grandi, se sei l’ultima di otto fratelli, è un luogo caotico e governato da regole incomprensibili
per i bambini. Le giornate di questa bambina, che diventa grande tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta, sono fatte di irrequietezza di fronte all’impegno scolastico, di amicizia con le più bruttine (ma più abbordabili) della classe, di minacce e punizioni se non finisce i compiti, di poesie imparate a memoria con l’aiuto della zia simpatica, e di una sessualità precoce, accesa dalla curiosità e dalle molestie dei fratelli più grandi. Il tifo per lei lo farete subito, perché non potrete che innamorarvi della sua sincerità spiazzante.

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Recensione di Stefano Gallerani per 24sette, 1/02/08

TUTTI SOTTO L’OMBRELLONE
Nato in prima versione sul web, per vibrisselibri.it, di Giulio Mozzi, l’esordio narrativo di Monica Viola, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, guadagna finalmente la carta stampata con i tipi di Rizzoli (“24/7”, pp. 160, € 15,00). Più che il semplice riconoscimento di una scrittura arrivata in libreria dopo essere già passata al vaglio di lettori e recensori internauti, si tratta piuttosto dell’espressione di una nuova forma di produzione letteraria, cui sono legate possibilità inedite, dal semplice calco di post e commenti alla costante esposizione di sperimentali work in progress; una specie di circuitazione costante, insomma, di cui oltre a Tana è recente esempio, da ultimo, anche Hitler, il romanzo che Giuseppe Genna ha appena pubblicato facendolo seguire al libro on line Medium, che tra il nuovo titolo e il precedente, Dies Irae (uscito nella stessa collana della Viola due anni fa), fa quasi da spola e ne rappresenta, per così dire, il palinsesto di lavoro.
Quanto al romanzo di Monica Viola, attraverso quarantasette stazioni – quarantasette capitoli sincopati, lunghi in media tre pagine e mezzo – si spiega sotto i nostri occhi l’intera educazione sentimentale di un’adolescente nata negli anni sessanta. Più che una famiglia, la sua sembra una tribù: «otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici […] Bisogni, voci, pianti e urla si accavallavano e incrociavano nelle stanze disposte in fila, come un lungo e lento verme». Sullo sfondo, Roma è la spianata sorniona che ospita il villaggio: la Roma che la protagonista vive in prima persona, quella dei licei borghesi, dei pomeriggi Genesis e delle notti Piper; ma anche la Roma degli scontri tra estremisti di destra e esponenti della sinistra radicale, la Roma di Via Fani e del sequestro Moro: «la sensazione dominante era quella di una generica e diffusa insicurezza, come se qualcosa di inaudito e sconvolgente fosse accaduto, uno spartiacque senza ritorno».
Una città tutta da scoprire, aperta come la vita e al pari della vita interdetta dal lutto, dalla morte: «un pomeriggio mi chiama Alice da una cabina, in lacrime. Mi grida “Hanno sparato a Luca” […] Accendo il telegiornale, lo presentava Emilio Fede quella sera. Dice che qualcuno ha sparato al volto di un giovane, in una via a due isolati da casa mia […] Non faccio mai quella via, quella dove il giorno dopo la morte di Luca ho visto il suo sangue sul marciapiede». Nella scrittura di Viola niente resta fuori – il dramma familiare, la scoperta della sessualità, la coscienza di una generazione -, e se per un attimo ci perdiamo nelle estati di Santa Marinella o nelle vacanze in Veneto, è solo una parentesi, perché quelli sono pur sempre gli anni delle “strategie”: «la strategia della tensione produceva efficaci paranoie collettive. Per un periodo inizio a pensare che forse mi riconosco più nel socialismo che nel comunismo, che il comunismo ha in sé qualcosa di potenzialmente pericoloso, senza ritorno. Che ci sono libertà che il comunismo non tutela. Non sono pensieri veri e propri, sono sensazioni di un pensiero, qualcosa che respiro, nel 1978, in terza media». Niente resta fuori, ma niente prende violentemente il sopravvento sullo sguardo della “bambina con i capelli a ombrellone”. E a ben riflettere è proprio in questo equilibrio tra facilità di respiro, sua autenticità, e sicurezza nella prosa che sta il carattere più impressionante della scrittura di Monica Viola.

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Recensione di Roberto Laghi per Booksblog, 16/01/08

Lo avevamo anticipato ad agosto, quando Vibrisselibri lo aveva annunciato, raccontando di come dal web le edizioni curate da Giulio Mozzi sarebbero arrivate alla carta, ora il romanzo di Monica Viola sta per arrivare in libreria.

Esce infatti il 23 gennaio per Rizzoli 24/7 il romanzo Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, che già aveva incontrato successo e lettori nella sua prima edizione, liberamente scaricabile, pubblicata online.

Oltre a essere contenti del fatto che un bel romanzo come quello di Monica Viola arrivi in libreria, c’è da esserlo anche per i circuiti virtuosi che si instaurano quando la libera circolazione della cultura permette la diffusione di idee, testi, storie. E per smentire ancora una volta tutti coloro che dicono che la libera diffusione dei contenuti danneggi editori e autori.

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Recensione di Saverio Fattori per Percezione sociopatica, 20/01/08

E’ un’ opera struggente il libro di Monica Viola. Un abisso catartico che ti trascina di sotto, scendi ma lo stupore è più forte del dolore puro. Mentre precipiti quardi smarrito la trama di un film che dovrebbe essera la tua vita. La vita per fortuna brucia in fretta per spirito di autoconservazione. Non dà il tempo della presa d’atto. Per sopravvivere al massimo dei privilegi o per morire a un angolo di una strada il giorno di natale, dobbiamo comunque mutare, masherarci, inseguire ondate di follia, mode, moti, amori animali o artificiali.

Istruzioni d’uso
1) Assumere un’identità credibile
2) Crearci dipendenze

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Recensione di Daniela Rindi per Librisenzacarta.it, 20/01/08

Parole leggere di bambina, raccontano storie pesanti di violenze fisiche e psicologiche, consumate all’interno di una famiglia numerosa, che ruota attorno alla stella madre, irradiatrice contesa di tenerezze. La bambina con i capelli ad ombrellone cresce e il racconto diventa schietto, diretto, sincero al limite del cinismo, nella ricerca costante d’attenzione e d’amore. Il suo bisogno di collocarsi, di trovarsi, di sentirsi qualcuno, l’attira nelle trappole della vita dove, convinta d’essere carnefice, si ritrova vittima inconsapevole, iniziatrice d’altra sofferenza, d’altri sensi di colpa. La poesia affiora arrabbiata e dolce percorrendo a ritroso gli anni Ottanta, con i suoi bisogni di fuga e di distacco dal decennio precedente, troppo impegnato, troppo preso sul serio. Il lettore è catturato dal racconto sin dalla prima riga e urla sfacciato la sua soddisfazione, leggendone l’ultima.

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Una bambina che sogna è una bambina armata - Musicaos di Grenar

“Quando uno scrive, scrive di sé: nel calderone delle parole versa la propria essenza, grezza, e aggiunge calore per trasformarla. Usa l’essenza, non il vissuto, come a dire lo spirito, non la materia. Il lettore, altro ingrediente della trasformazione (se non pietra filosofale), non dovrebbe sapere se quello che legge sia spirito o materia. La fonte unica di informazioni sul testo dovrebbe essere il testo, e basta.
Ma non sempre è così. Ci sono romanzi del cui spazio esterno sappiamo sin troppo. La vita di Dostoevskij, le lettere di Wilde, i drammi familiari di Pirandello. Note, appunti, biografie, psicanalisi del testo, foto, gossip, rivelazioni. Hanno un bel daffare gli scrittori, almeno alcuni, a dire che la loro è una sub-creazione, che uno scrittore dovrebbe morire subito dopo aver prodotto il testo, che nel testo non esiste alcun passaggio segreto che porti alla mente dello scrittore. La lettura pura del testo narrativo è una attività difficile.
A meno che l’autore non si nasconda nel suo stesso inchiostro, come un calamaro. Ho letto “Tana per la bambina dai capelli a ombrellone”, romanzo di Monica Viola pubblicato in rete da Vibrisselibri [1], e sono arrivato alla fine senza mai essermi chiesto se quello che stessi leggendo fosse vero o meno. Bene, mi sono sentito soddisfatto. Un lettore è felice quando vive nel tempo del libro, col suo respiro, nel suo altrove. Mi sarei potuto arrovellare: quella bambina che racconta in prima persona è l’autrice?; quelle che racconta sono balle o verità?; davvero è stata costretta a soddisfare le voglie sessuali dei fratelli maggiori?
Ho fatto suonare un campanello d’allarme. Sì, c’è un tema forte in questo romanzo, ma non è il centro della narrazione, anzi: per come viene trattato sembra un sasso uguale agli altri. Scandalo, perversione, tabù, incesto: roba dura, materia narrativa scottante, ma che appartiene ad altri scrittori. [2] La priorità di quest’opera è l’urgenza di raccontare.”
[continua]

Guarda la videorecensione di Grenar su YouTube

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Come si chiama questa bambina? - Vialedellebelledonne, 27/07/07

di Antonella Pizzo

“Un’infelice con i capelli ad ombrellone, l’ultima nata di una famiglia infelice, una casa infelice nonostante i suoi 230 metri, una villa in campagna, un padre padrone che odia i suoi figli perché lo distolgono dall’unica cosa che gli piace fare: ingravidare la moglie; un non credente, un avaro, un taccagno, assente.”
[continua]

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Sfrontata, coraggiosa ma molto crudele con se stessa - Noi Donne, luglio/agosto 2007

di Gianna Morselli

La bimba con i capelli a ombrellone è sfrontata, coraggiosa ma molto crudele con se stessa.
Dalla lettura me la immagino con i capelli rossi (a pag. 65 scopro che è bruna), con un faccino spaesato dallo sguardo incerto in quei primi suoi anni duri dove bisognava sopravvivere a una famiglia scarmigliata, tanto per essere buoni nel giudizio,
Le sue passioni per bimbe bionde e algide con lo chignon fanno venire la voglia di abbracciarla e baciarla, quanto ne avrebbe bisogno!
Hanno fatto di tutto per annientarla, prima i fratelli Pietro (ringhioso coglione) e Matteo (viscido con la testa a pera) poi il resto della famiglia che non la sostiene non la accoglie, nemmeno la dolce madre che prima di tutto si preoccupa che i fratelli non siano andati fino in fondo con le violenze.
Quanto del suo descriversi ho riconosciuto nelle storie delle donne che incontro, ma la bambina con i capelli a ombrellone si è lasciata “stanare” non ha ceduto, il raccontarsi le ha permesso di prendere le distanze dai comportamenti suoi e degli altri.
Il suo cercare continuo di punti di riferimento, di persone amorevoli, di riconoscimenti da parte dell’altro va dall’infanzia alla fine dell’adolescenza.
Monica scrive a pag. 128: “Finalmente una buona base per andare avanti, più serena e contenta, senza gente che muore lasciandomi a piedi, senza fratelli molesti, senza buttare via il mio corpo a mani fredde senza amore, senza pagelle e senza ceffoni, senza bugie, iniziando a stare davvero con me…”. “Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” è una storia da leggere, coinvolgente, una biografia scritta con grande talento che svela la falsità della “doppia morale” che invade spesso il quotidiano di tutti noi.

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Camminando nel lungo corridoio della memoria - La poesia e lo spirito, 22/07/07

di Elena F. Ricciardi

Non essere scoperti e riuscire a fare tana in barba a chi ci cerca è il gioco che ha accompagnato i pomeriggi dell’infanzia di molti di noi. Il piacere della fuga e del nascondimento, il brivido sulla schiena quando chi sta sotto e conta passa davanti al nascondiglio e non ti vede, la corsa folle dal nascondiglio alla tana per essere salvi e gridare finalmente: tana! E il grido liberatorio dell’ultimo che urla: tana libera tutti! Il lettore è trasportato nel mondo della bambina con i capelli a ombrellone, quella che si sente sgraziata, goffa, un brutto anatroccolo che guarda alle amiche con invidia e desiderio, che si gioca l’infanzia e l’adolescenza a nascondino, camminando nel lungo corridoio della memoria della narratrice, sul quale si aprono ad una ad una le stanze del passato, dove i ricordi sono conservati vivi in attesa d’essere finalmente riposti in bell’ordine per poter guardare in faccia il mondo con occhi nuovi.
[continua]

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Un romanzo militante e coraggioso - La poesia e lo spirito, 12/06/07

di Emilia Zazza

Un romanzo militante e coraggioso: in periodi come questi dovrebbe essere un dovere osservare e raccontare quello che succede sulla terra che calpestiamo quotidianamente. Monica Viola ci prova.
Tana per la Bambina con i Capelli a Ombrellone è un esordio consapevole; una storia ben scritta, pensata.
Siamo a Roma, negli anni settanta. Con uno stile asciutto e pure molto denso Monica Viola racconta l’educazione sentimentale di una bambina che, ultima di una numerosissima famiglia, cresce in un’epoca tormentata, tentando di farsi spazio in una casa ed in una società sempre troppo affollate per accorgersi di lei.
Il lettore segue la storia di questa bambina, ma non si perde mai in lei. Spesso ci si riconosce o riconosce quello che sta leggendo come qualcosa che ha vissuto lui stesso o di cui ha sentito raccontare.
Perché lo scopo del romanzo è raccontare la storia d’Italia in quegli anni.
Il libro è accompagnato da un sito www.monicaviola.it ed è anche scaricabile dal link www.vibrisselibri.net.
Bellissima la copertina.

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Un romanzo che si fa leggere con passione - Bombasicilia, 28/06/07

di Andrea Brancolini

“La storia, che segue la formazione di una bambina nella Roma degli anni ‘70, è scritta con un’impressione di naturalezza che colpisce. Le cose accadono, e così vengono registrate. Non è mancanza di sentimento, non è freddezza, tutt’altro. E’ un narrare non morboso, non voyeuristico, né tantomeno vittimistico. Questo ti rimane dentro, perché avverti distintamente le ferite, le cicatrici, il tempo che ci mettono per formarsi”.

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“Una storia tagliente come un coccio di bottiglia” - Malatempora Magazine, 26/04/07

di S. M.

“Un lungo monologo che parte dall’infanzia e arriva alla giovinezza, attraverso i ‘70, i primi 80, gli anni del Piper e quelli di piombo. Una storia tagliente come un coccio di bottiglia, raccontata con una leggerezza ironica tanto rara quanto gradevole. Pubblicato in modalità “on demand”, è acquistabile dal sito di vibrisse libri”

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La bambina che chiede “tu, dov’eri?” - Sinestetica.net, 23/04/07

di Giulia Fazzi

“Me ne sono accorta subito, alla prima lettura. Tana per la bambina con i capelli a ombrellone è una storia che ti entra dentro, scava voragini, brucia. Non ti tranquillizza, anzi, ti fa stare scomodo. Te la porti dentro, non ti abbandona. Parla di una bambina e poi di una ragazza, ma parla anche di te. Dov’eri negli anni ’70? Cosa facevi? E la tua famiglia com’era? Avevi anche tu una vagonata di fratelli e sorelle? Anche tu ti sentivi un’estranea alle elementari? Vogliamo parlare degli anni ’80, poi? Tristi, colorati, sintetici, troppo luccicanti. Al di là degli specifici episodi, scatta comunque un’identificazione con la protagonista che fa letteralmente male. Uno dei meriti di Monica Viola è il coraggio. Perché ci vuole coraggio a mostrare le proprie ferite in pubblico. A guardare dritto in faccia i nemici della vita precedente, indicarli uno per uno, nominarli senza piegare la testa. Ci vuole coraggio a far parlare i fantasmi che sono dentro la tua testa, quando sarebbe così facile – così letale – non starli a sentire. E ci vuole la forza, il talento, per rendere tutto questo, la tua biografia, materia narrativa, quindi condivisibile, universale. Provo molta ammirazione per chi sa farlo. In Tana ci sono parti che amo molto (quando Monica parla della nonna, l’ultima chiacchierata con la madre) e c’è un flusso narrativo capace di tenerti legato con una presa sullo stomaco da toglierti il fiato. Diventare donna, molto spesso, significa percorrere una strada accidentata e sconnessa, significa raccogliere sassolini sparsi ovunque in un terreno lastricato di dolore, portare sul corpo i segni di piccole e grandi violenze. Ma quando le piccole storie nascoste diventano una Storia, allora la battaglia è vinta, i nemici sconfitti, i fantasmi acquietati”

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Nonostante i cazzotti nello stomaco - Il mio karma, 18/04/07

di Giorgia

“L’ho letto d’un fiato, come si può leggere d’un fiato una storia che per certi versi conosci, ambienti, periodi, persone (è stato doloroso riconoscere una ragazza che conoscevo bene e che ha scelto di andarsene un po’ di anni fa), politica, musica, sesso, piccole e grandi trasgressioni. L’ho letto d’un fiato nonostante i cazzotti nello stomaco, e i frequenti momenti di quasi-fastidio per eccesso di schiettezza, di crudezza. Io che dico questo? Sì, proprio io dico questo. Non so, c’è qualcosa che continuo a non digerire, ma forse è giusto così. Magari un giorno ne parlerò con l’autrice, se vorrà.”

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“Il potere taumaturgico della parola” - Pagina tre, 17/04/07

di Ermanno Lolli

“In una celebre sequenza di Fino alla fine del mondo di Wim Wenders, una ragazza riacquista lentamente la coscienza di sé, che aveva smarrito, grazie alla lettura delle vicende della propria vita; una conferma significativa del potere, in questo caso taumaturgico, della Parola. Non mi è dato conoscere la percentuale di autobiografismo del romanzo di Monica Viola, ma chiamato in causa il “patto” tra lettore e autore, diamo per scontato che la verità delle vicende sia preponderante rispetto alla verosimiglianza, e procediamo, considerando dunque il romanzo dal punto di vista di un’autobiografia voluta e necessaria come una pratica salvifica. Tale presupposto di lettura non limita nemmeno un po’ il valore dell’opera, piuttosto la inserisce in un contesto ben messo in luce da Tiziano Scarpa su “L’espresso” di alcune settimane fa, un articolo in cui si chiarisce il quadro di una tendenza assai in voga attualmente in Italia - e non solo - verso la prosa di memoria, verso il resoconto intimo, che può anche pretendere “un salto di qualità nella scrittura.”
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L’odore di una bambina - ZTL, 11/04/07

di Guglielmo Pispisa

“L’olfatto è il senso, fra i cinque o sei a nostra disposizione, che più d’ogni altro è connesso in profondità con i centri della memoria. Forse per un qualche motivo fisiologico a me ignoto o semplicemente perché è il meno usato e sfruttato, il meno sputtanato. Ci ricoprono di immagini di “quando eravamo giovani”, di canzoni, di slogan, di falsi biscottini della nonna e di abiti e tessuti vintage, ma raramente entriamo in contatto con un odore dimenticato, una fragranza o una puzza che non sentivamo da anni, e forse per questo, quando accade, è come essere attraversati da una scossa elettrica. Su questo torneremo fra poco, ma prima dobbiamo occuparci di una bambina di tanti anni fa, una che molti di noi hanno conosciuto, o magari simile a quella che abbiamo conosciuto.”
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Col prurito del senso di inadeguatezza - Poche chiacchiere, 11/04/07

di Chiara Valerio

“Leggi, ti immagini e ti arrovelli, pensi di sognare e ti rammenti. Tana per la bambina con i capelli a ombrellone di Monica Viola è un lungo racconto matrioska da dimezzare, a ogni titolo corsivo, nel tentativo curioso di raggiungere la bambola di legno che non può essere aperta e della quale tutte le altre sono repliche. E sfoglie dipinte.”
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Monica Viola: Tana per la bambina con i capelli a ombrellone - Carmilla e Liberazione, 18/03/07

di Girolamo De Michele

«Eravamo troppi. Otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici». Si presenta così la voce narrante di Monica Viola, protagonista di Tana per la bambina con i capelli a ombrellone: una voce che inanellerà storie, brevi schegge narrative legate dal filo di un’autobiografia in costruzione. Perché Monica l’identità non l’ha: subisce quella assegnatale. Monica è la bambina fratta, violata nella sua infanzia all’interno della propria famiglia: non la sola, ma di questo e di altro non bisogna parlare, perché «il verbo fatto carne aveva tolto i peccati dal mondo, non bisognava rimetterceli».
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Monica Viola: copyleft e confluenze artistiche - BlogYourMind, 16/03/07

Monica Viola è una scrittrice che esordisce con un libro strepitoso, Tana per la bambina con i capelli a ombrellone. Ma, per quanto basterebbe, la notizia non si esaurisce qui: il suo sito è appena andato online, su di esso vi si troveranno a breve il booktrailer, le indicazioni della colonna sonora che accompagna le pagine del libro e gli audioclip relativi. Insomma, diverse forme di comunicazione artistica che confluiscono in una storia acida e umana scaricabile da Internet o acquistabile in formato cartaceo. Il tutto sotto il cappello di Vibrisse Libri, creatura editoriale ideata dallo scrittore Giulio Mozzi

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“Amore Viola” - Letturalenta, 7/03/07

“È un colore ben strano, il viola, disinvolta mistura di rosso e di blu, ugualmente partecipe dell’igneo e dell’acqueo, confine permeabile fra i colori caldi e i freddi. Un colore che non sa decidere da che parte stare, perché nessuna parte ha tutto il suo amore e nessuna ha tutto il suo odio. Ha una vocazione irreparabilmente liminare, il viola, nonché una propensione naturale a farsi passaggio, ponte, attraversamento. Non è un caso che lo si trovi in cielo specialmente quando la notte diventa giorno o il giorno notte.”
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“Monica Viola: una bambina con i capelli a ombrellone” - Stampalternativa, 3/03/07

“Una segnalazione, una nuova entrata nel gruppo di Giulio Mozzi per la sua Vibrisse Libri. Si tratta di Tana per la bambina con i capelli a ombrellone di Monica Viola, testo liberamente scaricabile dalla rete che ricorda certi dirompenti volumi sull’adolescenza e sull’educazione a sentimenti e vita. Non a caso, infatti, Lidia Ravera scrive del lavoro di Monica Viola queste parole:”
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“Tana per la bambina con i capelli a ombrellone” - Antonella Beccaria’s Blog, 2/03/07

“Tana per la bambina con i capelli a ombrellone di Monica Viola (presto online il sito dell’autrice), pubblicato dalla creatura editoriale di Giulio Mozzi, Vibrisse Libri, è un libro fantastico, ritratto della realtà di una bambina che cresce nutrendosi di pensieri e carta vetrata.”
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“Due romanzi sull’infanzia violata” - Il Giornale, 2/03/07

“Dopo la pubblicazione del saggio di Demetrio Paolin Una tragedia negata e del romanzo di Andrea Comotti L’organigramma - due sguardi da due diversi punti vista sugli anni di piombo - ecco dunque Nenio di Eugenio De Medio, e Tana per la bambina coi capelli a ombrellone, di Monica Viola. Entrambi rientrano nella collana di narrativa Sans papier con due nuovi romanzi-verità pubblicati da vibrisselibri, la casa editrice «anfibia» nata da un’idea dello scrittore Giulio Mozzi.”
[continua]