SOUNDTRACK MUSIC SAVED MY ASSQuesto è il mio American Pie. Una playlist ragionata e sofferta, con mille dolorose omissioni per mia colpa mia grandissima colpa. Devo cominciare con Burt Bacharach, il genio melanconico del pop, un forgiatore di ritornelli col sapore doloroso, anche quando è spensierato come con Raindrops keep fallin’ on my head (in questa versione ci sono le parole su uno sfondo nero!) o in I say a little prayer. La versione del 45 giri è più bella perché lì Aretha si lascia andare a un finale molto più gospel con quel tono da strapazzare un po’ nostro signore con l’incitazione della sua preghiera, insomma, gliele canta, non si fa tanti problemi a passare per insistente. Brava così, che mi leva la voglia di piangere che mi è rimasta in gola dalle prime battute della canzone dove lei innamorata si pettina i capelli e lo pensa. Puoi vederlo con il lieto fine, pensando che lui la sera farà ritorno a casa, dove lei lo ha aspettato tutto il giorno, scegliendo con cura il dettaglio dei suoi vestiti. È solo che questa attesa ha tinto di sé ogni minuto della giornata di lei, gliel’ha spesa, scialata. Un po’ come Battisti con quella nostalgia del perduto&irrevocabile, l’annuncio dello smarrimento definitivo di qualcosa. Forse per quell’angelo che cadeva in volo e vanificava l’euforia dell’acqua bevuta a piene mani, con il coraggio di vivere sconfitto e la mente e i suoi tarli. Ma il 45 giri che ho amato davvero più di ogni altro, consumandolo, è Hey Jude. Mi dispiace che sia una di quelle di McCartney, ma che ci posso fare? Quando la malinconia era troppa avevo un rifugio: ballare, frenetica, scatenata ed esubera; soprattutto una cosa, la mia preferita, quella che ho ballato più di tutte in vita mia: Crocodile Rock di Elton John (vi metto una versione fantastica dove Elton fa la pazza con i Muppets), dal gay album Don't Shoot Me, I'm Only The Piano Player (l’unica cosa buona di EJ) del 1973. Perché il 1973 è stato in assoluto il più grande anno del rock, non ci sono storie. Ve lo posso dimostrare. Avete mai ascoltato Us and them dei Pink Floyd su vinile, con un po’ di scrocchi, a volume molto molto alto? C’è quel momento in cui ci si affloscia completamente nel sax, soprattutto la seconda volta che interviene, verso la fine del pezzo, come se al corpo fossero stati improvvisamente tagliati i fili. Chiudevo gli occhi con il sax, mi sembrava di liquefarmi fredda dentro, gli scrocchi che grattano un po’ ma non scalfiscono il lago ghiacciato e immobile di quella sensazione. Su YT ho trovato un video molto bello, in sintonia con le immagini che mi immaginavo tenendo in mano la copertina. Ma a proposito di copertine, questa è la più bella del rock. Radio Gnome Invisibile Part 1: Flying Teapot è un disco che cola visioni di acido lisergico da ogni solco, un disco fondamentale. Ho trovato solo un concerto del 1990, un po’ grottesco, ma insomma vi potete fare un’idea del trip. Ho volato parecchio con la musica, sin da piccola è stato il mio stupefacente atossico. Grandi viaggi a bordo della nave spaziale dei War: con Gipsy man, al buio, avevo la sensazione di staccarmi dal corpo, sollevarmi da terra e cominciare a volare. Pensavo che fosse una cosa “strana”, tutta mia, della quale era meglio non fare parola a nessuno, finché un paio di anni più tardi ho letto Il vagabondo delle stelle di Jack London, dove ho ritrovato i miei viaggi, e più tardi ho letto del training autogeno. Cmq, io ci sono arrivata da Gipsy man. Tutto l’album è bellissimo, musicalmente indefinibile. Al tempo (mi sono documentata!) era venduto nello scaffale del R&B, ma sinceramente credo che meriti una categoria sua, tra soul e progressive. Altre uscite fondamentali per me anche l’anno successivo. Oltre a On The Beach di Neil Young e 461 Ocean Boulevard di Eric Clapton, nel 1974 fu pubblicato un altro mio album cardine: Crime of the century dei Supertramp, uno dei pochi dischi di cui ascoltavo sempre entrambi i lati. Credo che questo 33 abbia qualche debito formativo con questi signori qui :-) . Godetevi la perla delle perle, Hide in your shell, nella versione live del ’77, e volendo date un’occhiata al testo. Le parole delle canzoni mi sono sempre sembrate importanti quanto la musica, le studiavo anche quando non le capivo, perché le volevo cantare. Mi ricordo l’album di Elton John, ad esempio, leggevo e rileggevo i testi cercando appigli, andavo da Filo e gli dicevo che c’era scritto “gonna” e “gotta”, se le canzoni parlavano di quello, e lui mi diceva con fare superiore e infastidito che significavano cose completamente diverse anche se si scrivevano uguali, che non potevo capire perché non sapevo la lingua. Ecco quindi come l’ho imparato l’inglese, traducendo i testi delle canzoni col vocabolario, per poterle capire e cantare. Anche perché la musica impegnata si capiva subito che lo era, anche se non sapevi le parole... Mi manca molto quella stagione politica del rock, in cui sembrava davvero che il mondo sarebbe cambiato per sempre. Ne ho una sensazione molto precisa da un ricordo ben più recente del ’74, di una volta in montagna in cui io Chiara e Fred eravamo soli a casa e abbiamo messo sul piatto il disco di Hair, che comincia con Aquarius (oh.. le coreografie di Twyla Tharp..). Lo stereo era al piano più alto della casa e la musica sembrava colare giù dalle scale fino al piano terra mentre noi cantavamo anzi, urlavamo le parole o almeno i suoni della canzone, ballando per tutta casa con movenze da animali impazziti, col corpo che esplodeva di energia e gioia ferina. Per restare ancora un minuto nel progressive anni settanta, un ultimo paio di cose altrettanto fondamentali per la mia petit education musical che va bene mettere qui, da un punto di vista cronologico, perché le ho scoperte in ritardo rispetto agli anni di uscita; prima di tutto, i Genesis. In Tana parlo di loro due pezzi: Many too many e Follow you follow me e quindi li devo mettere per ragioni filologiche, ma devo farvi vedere almeno un’altra cosa dei Genesis più belli (quelli fino al 1974), a titolo compensativo: Carpet Crawlers, che è un parto davvero malato dell’insana e geniale mente di Peter Gabriel. Il video che ho trovato del Lamb lies down on broadway tour inizia con una bella versione di Counting out time, e finisce con un delirietto di PG (che ci sta sempre bene). Altro fondamentale forgiatore del mio gusto musicale e uno dei miei album preferiti in assoluto della storia del rock (e il migliore del filone Canterbury): In the land of Grey and Pink dei Caravan 1971. Non sono riuscita a trovare nulla di legalmente linkabile di questo eccelso album, ma trovate qui sul sito di ondarock una descrizione del disco con l’immagine della sua piuttosto lisergica copertina. Andatevelo a cercare, vale la pena. Nell’edizione rimasterizzata ci sono un po’ di bonus tracks carucce. La musica italiana si sentiva poco a casa, per lo più cantautori. C’era un nastro che da un lato aveva Guccini e dall’altro De André, e io li confondevo nel senso che per me Il vecchio e il bambino e La guerra di Piero erano della stessa tonalità. Mi piaceva però più di tutti Rimmel di De Gregori, con quella brutta copertina finto retrò a strisce bianche e nere. DEVO farvi vedere un pezzo dal vivo, dato che il suo è il stato mio primo concerto live; guarda caso ho scelto Buonanotte fiorellino. A mia sorella piaceva anche Claudio Baglioni però. Non fate quella faccia per favore. E poi diciamocelo: E tu ha uno dei più belli attacchi della musica leggera italiana. Ho scovato un video molto vintage del buon Claudio (quasi un po’ pecoreccio), dove lo si può ancora ammirare nello splendore del suo nasone e gli zigomi pre-plastica. Ho detto musica leggera italiana, e ora invece dico pop italiano, restando sempre nello stesso quartiere romano di Montesacro: Rino Gaetano. Dopo quaranta secondi che parlo di lui mi vengono dei lucciconi teribbili, quindi poche parole e guardatevi la sua famosa performance televisiva di Nun te reggae più. Aveva detto tutto, capito tutto, smontati gli anni Ottanta ancora prima che cominciassero. Se penso a quello che ci siamo persi con la sua morte mi sento male. Soprattutto perché era una morte evitabile, di malasanità: cinque ospedali che dopo l’incidente d’auto sulla via Nomentana l’hanno rifiutato, mezzo morto. Ogni tanto Manuel Agnelli lo ricorda questo episodio, nei suoi concerti, quando fa Mio fratello è figlio unico. Gaetano e il reggae sono legati a doppio filo per me, anche dopo quell’estate in cui al juke box mettevo sempre queste due canzoni con titoli simili: Gianna e Jammin’ … altri lucciconi per il grande Bob, l’unico insieme a Satchmo che sa curare ogni mia malinconia, morto solo qualche giorno prima di Rino Gaetano, lo stesso anno di mia madre. Poi è triste ma non sono riuscita a trovare nulla di Una città per cantare fatta da Ron con Dalla e De Gregori.. la cercavo per prendere tre piccioni tutti insieme, ma mi sono dovuta accontentare di questa versione di Ma come fanno i marinai dove si intravede anche Ron, con un maglioncino che più seventies non si può. Detto questo, un capitolo a parte bisogna dedicarlo alla Chic Family, ovvero i più grandi geni della musica disco: Nile Rodgers (uno che ha bazzicato anche il Black Panther Party, mica cazzi!) e Bernard Edwards. Non c’è nulla di memorabile di quegli anni che non sia stato toccato dal loro genio (soprattutto quello di Nile Rogers), dagli Chic alle Sister Sledge, da Diana Ross a Sheila B. Devotion, e vorrei anche ricordare una chicca: la versione 45 giri di Cat people di David Bowie (ehm.. ) con un attacco di chitarra strepitoso (ma l’album è decisamente da buttare nonostante il tocco di Nile), che ovviamente non trovo purtroppo... Sempre figli della stessa family la Sugarhill Gang con Rapper’s delight, il pezzo con cui nasce l’hip hop. Insomma pietra miliare, e non parlatemi delle Las Ketchup por favor… Apro un brevissimo sipario su un classico degli Earth Wind and Fire: Boogie Wonderland che dovete vedere, se non altro per il magnifico vestito di scena che indossa Phil Bailey. Cmq la Chic Family è stata l’anello di congiunzione tra i settanta e gli ottanta, e dirò di più, secondo me anche i Clash devono parecchio alla chitarra di Nile Rogers e al basso di Bernard Edwards, sentite ad esempio qui. E ora vi dico una cosa: so io fossi un album sarei Sandinista. Ma i Clash hanno anche meravigliosamente attinto anche dal Duca Bianco di Station to station. C’è qualcosa nel suono del basso che rende per me pazzeschi certi pezzi, come i primi Litfiba. C’è quasi nulla dei primi Litfiba su YT, ma ho trovato una cover carina di Tziganata fatta in periferia da un gruppetto niente male. Ancora bassi che contano: i Police. Regatta de Blanc è un altro vinile che ho consumato, preceduto di poco da Sultans of Swing dei Dire Straits, che a mio avviso hanno rispettato in pieno la classica parabola dei gruppi rock: un primo album disomogeneo ma con un hit molto potente, un secondo album tutto bellissimo (Communique, in questo caso) e dal terzo in poi tutte cagate pazzesche, coronate però da un grande successo commerciale. Cmq, ballavamo cose molto buffe ai party di Alice, facevamo più che altro gli idioti, ma bisogna tenere conto che oltre ai Clash la nostra musica era totalmente demenziale, tipo Madness, Blues Brothers, Peter Gabriel e Talking Heads. E poi è arrivata la new wave… The Smiths: siamo alla fine della corsa.. che dite allora? There’s a light that never goes out o The boy with the thorn in his side? Io per me ricomincio di nuovo da zero, come fosse il primo dell’anno. Deep Purple Monica • Guarda che a quel "grottesco" concerto IO C'ERO! (Va bene, non proprio a quello, era il 1992 a Sarzana: antifascismo, arditi del popolo e psichedelia a go-go! |
Puoi leggere gratuitamente Tana per la bambina con i capelli a ombrellone scaricandolo dal sito di Vibrisselibri. Qui trovi la copertina e qui il pdf. |
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