Una recensione e intervista di Francesca Ori per i quotidiani italo-australiani “Il Globo” e “La Fiamma”

Dicembre 13, 2009

Una bellissima “traccia” del mio passaggio per Sydney.. Grazie a questa bravissima giornalista modenese!

Tana per la bambina con i capelli a ombrellone
Monica Viola a Sydney ci parla del suo primo libro
“Eravamo troppi. Otto figli, madre, padre, suocera, più vari animali domestici. Duecentotrenta metri quadri non bastavano per una banda di mocciosi venuti uno dietro l’altro senza che nessuno avesse tempo per tirare il fiato. Bisogni, voci, pianti e urla si accavallavano e incrociavano nelle stanze disposte in fila come un verme, lento e lungo”.
Così inizia a raccontare la sua storia la protagonista del romanzo Tana per la bambina con i capelli a
ombrellone, che, ormai adulta, si guarda indietro e ripercorre a ritroso le tappe fondamentali della sua infanzia e adolescenza.
Siamo nella Roma bene all’inizio degli anni ‘70: centro gravitazionale della vicenda è l’affollatissimo appartamento di una famiglia non proprio facoltosa. Tutto è visto attraverso gli occhi infantili della narratrice: la madre è angelica e affettuosa, ma nonostante gli sforzi non riesce a dedicare abbastanza attenzioni a ciascuno dei figli; il padre, uomo rigido e all’antica, è infastidito da tutti quei marmocchi che rubano tempo alla moglie, tempo che vorrebbe avere solo per sé. E così alla sera si chiude a chiave in camera con lei e, puntualmente, la mette incinta. E poi c’è la nonna, premurosa con lei, ma sempre più chiusa nel suo luccicante passato fatto di privilegi coloniali (era nata in un’isoletta honduregna del Pacifico, figlia di un medico tedesco).
La narratrice è l’ultima nata: per darla alla luce la madre, una 42enne ormai spossata dalla vita, soffre al punto di doverla affidare ancora in fasce alla nonna per andare a recuperare le forze in montagna. I fratelli non la vedono di buon occhio, ora dovranno competersi le attenzioni materne anche con lei.
Fin da piccola si accorge che ogni fratello ha il suo gruppetto di preferiti: lei, ultima nata, è però esclusa da tutti e spesso derisa dagli altri. È in questi momenti che, per sopravvivere, impara a mentire. Le bugie le permettono di “disperdere il vento della congiura prima che inizi a soffiare”, ma non le evitano i soprusi sessuali dei due fratelli più grandi.
Ma che effetti può avere una tale infanzia, contraddistinta dalla carenza d’affetto genitoriale, dalla scarsa considerazione a casa e a scuola e soprattutto dagli abusi sullo sviluppo di una ragazzina? Continua a spiegarcelo la scrittrice Monica Viola (www.monicaviola.it), attraverso il percorso di crescita e maturazione della sua giovane protagonista. Gli effetti sono una sostanziale insicurezza, un’incostanza cronica nei confronti di scuola e sport e infine un’accentuata volubilità, dovute alla carenza di punti di riferimento. Ad aggravare la situazione è il periodo storico in cui si svolgono i fatti. Siamo infatti negli anni di piombo, gli anni delle uccisioni di Aldo Moro, Walter Tobagi e di “Serpico”, quelli della strage di Bologna. L’atmosfera è pesante e c’è nella gente un senso di insicurezza collettiva.
Ciò che più ferisce di questo libro è leggere del senso di inadeguatezza ed esclusione che prova la protagonista: sgraziata in una classe elementare di ballerine classiche, trasandata in una compagnia di pariolini fascistelli, socialista in mezzo ai comunisti fricchettoni. E più cerca di cambiare, adattandosi di volta in volta a persone e situazioni, più fallisce nel suo intento di omologazione perdendo l’ago della bussola. Inoltre proprio mentre lotta per trovare un’identità e scoprire la sua sessualità la madre si ammala irreversibilmente. E la nonna finisce all’ospedale con un femore rotto. Insomma, proprio quando lei dovrebbe concentrarsi su se stessa è costretta a doversi preoccupare per gli altri e a vivere nella paura di rimanere orfana. Il tentativo di distrarsi dai problemi di casa la portano a compiere una serie di scelte sconsiderate, spingendola a gettarsi letteralmente via.
Ad un certo punto, però, le nubi si diradano. È quando incontra Cecilia, la sua prima vera amica, e poi Marco, il grande amore, e tanti altri che riescono a leggerle dentro, vedendo al di là dell’apparenza.
Questo romanzo ha un finale aperto, proprio come la vita vera. Ma non è la semplice trascrizione di un diario d’infanzia: ha piuttosto lo spessore di una vera e propria opera letteraria, il cui stile scarno e incalzante non deve lasciar pensare a una scrittura di getto, ma piuttosto a una scelta ponderata atta a trasmettere l’immediatezza dei pensieri di questa ragazzina confusa e incompresa.
Tra le tante tematiche “difficili” toccate nel romanzo, tutte affrontate con grande onestà e introspezione, c’è il rifiuto di accettare la malattia dei propri cari. Non dovrebbero essere i figli a prendersi cura dei genitori ma il contrario, sembra pensare la protagonista. E invece, come spesso accade nella realtà, la nostra piccola è costretta ad andare controvoglia a visitare la madre in ospedale e vivere il senso di colpa del dovere, ma non volere, respirare quell’aria pesante, di morte. Ma lei non è affatto vuota o egoista. È che ne ha già subite tante, troppe, e ora non riesce a farsi carico anche di questo fardello.
Tana per la bambina con i capelli a ombrellone racconta sensazioni che da adolescenti tutti in un modo o nell’altro abbiamo provato: il senso di non appartenenza, di non sapere chi siamo, la paura dell’esclusione, il desiderio di essere popolari tra gli amici, la delusione di scoprire che non abbiamo talento in qualcosa in cui speravamo di emergere, il vedere le nostre bugie smascherate, il risentimento verso i genitori. Attraverso il percorso di vita della protagonista siamo portati a scandagliare il nostro stesso passato e a fare i conti con quello che pensavamo ma che non abbiamo mai osato esternare. E invece la narratrice, ormai adulta, non si cura del giudizio e delle critiche della gente, e racconta le cose come stanno. Nero su bianco. Anche quello che non si dice.
Ma come ha fatto a sopravvivere questa fragile ragazzina? Ce lo rivela l’autrice del libro, che è stata ospite di recente all’Istituto Italiano di Cultura in Sydney.
Monica, il bisogno di liberarti da un passato traumatizzante ti ha spinta a scrivere questo libro?
«Il primo motore della scrittura di questo romanzo è stato quello di voler fare letteratura, raccontare una storia. La catarsi ha molto a che fare con la scrittura ma è un punto quasi di arrivo, se non ci fosse un lavoro precedente allo scrivere, il romanzo che ne risulterebbe sarebbe solo uno sfogo, con un valore letterario molto relativo. Il contrario del mio obbiettivo di scrittura».
Nel romanzo dici che c’è stata una luce che ti ha tenuta viva, a galla, nonostante tutto e tutti. Puoi parlarmene?
«Credo che la protagonista si salvi dalla sua vita per la rabbia che ha dentro, per il suo desiderio di trovare la felicità, incapace di perdere la speranza della realizzazione dei suo sogni. Penso che l’attesa di un riscatto, la convinzione che arrivi, la salvi dal piegarsi al dolore».
I tuoi ricordi di tanti anni fa sono lucidissimi: ti sei affidata solo alla memoria o tenevi diari?
«Solo memoria, mai tenuto un diario. Ma per questo lavoro ho usato moltissimo internet per fare ricerche e approfondimenti storici, e oltre a ritrovare parti di passato, ho scoperto anche come si sono evolute certe storie, soprattutto gli assassinî del periodo degli anni di piombo, l’evoluzione di certe indagini giudiziarie, sulle quali ho tenuto a essere meticolosa anche se sono solo una parte piuttosto filigranata del romanzo».
Qual è stata la vicenda editoriale di Tana per la bambina dai capelli a ombrellone dal web alla Rizzoli? E come è cambiato il libro dalla prima versione online a quella cartacea?
«Ho inviato il romanzo a Vibrisselibri, la casa editrice online coordinata da Giulio Mozzi, dove è stato pubblicato nel 2007. La pubblicazione con loro comporta una vera edizione, anche se auspica un passaggio su carta con qualche editore. Il mio romanzo è stato molto fortunato perché è stato scelto da Rizzoli per la pubblicazione sulla collana 24/7. La differenza tra le due versioni è quasi nulla e comunque impercettibile per il lettore, a parte l’aggiunta di un capitolo finale che non cambia di nulla la storia ma la “chiude” in modo più compiuto, nonché ironico. La versione scaricabile dal sito www.monicaviola.it comunque è quella di Vibrisselibri, una scelta voluta per dare rispetto al grande lavoro fatto da loro».
Come giustifichi tanto successo di pubblico per questo romanzo così “difficile”, doloroso da leggere?
«Credo soprattutto ci siano aspetti universali nella storia di questa bambina e ragazza con i capelli a ombrellone, cose che tutti noi abbiamo vissuto anche se in misura magari meno drammatica della protagonista di questo romanzo ci riguardano, come il senso di inadeguatezza e diversità, il “non appartenere” come anatroccoli neri in un lago di oche bianche; ma anche il dolore del lutto e della perdita».
Perché la tua generazione è stata così maltrattata e dimenticata?
«Perché è una generazione senza una sua connotazione precisa, ibrida: non eravamo abbastanza grandi per il ‘77 e lo eravamo troppo per gli anni ‘80, che ci hanno fatto tirare un sospiro di sollievo rispetto alla pesantezza degli anni di piombo, ma che ci hanno anche fatti sentire poveri e senza più coordinate ideali, motori politici a cui affidarci con la sensazione che ci avrebbero traghettati dall’altra parte di qualcosa, di un sogno, di un cambiamento».
Com’è nata l’idea del tuo viaggio in New Zealand e in Australia e della tua presentazione del libro a Sydney?
«Ho una carissima amica che vive in NZ e che volevo andare a trovare per celebrare i nostri 30 anni di amicizia, e un altro amico italiano che vive a Auckland sapendo che sarei venuta mi ha proposto una presentazione all’università, a quel punto ho pensato di far tappa anche a Sydney, dove ho altri carissimi amici aussie che volevo riabbracciare da tempo. Perché come la protagonista del romanzo, ritengo e ho esperienza del fatto che nulla conti più dell’amicizia, neanche la famiglia, neanche l’amore».
Hai presentato il tuo libro qui all’Istituto Italiano di Cultura in Sydney circa un mese fa. Che esperienza è stata?
«A Sydney abbiamo parlato, prendendo spunto dal romanzo, di aspetti politici e sociali dell’Italia. Abbiamo rievocato tutti gli spettri degli anni di piombo, dei depistaggi, delle stragi, i morti del due agosto, Luca Perucci, Moro e la sua scorta, “Serpico” e tutti gli altri. Le poche persone che non hanno preso la parola durante la discussione sono venute a parlarmi dopo, durante il rinfresco, con domande più intime; ma come spesso accade è il bisogno di parlare di se stessi più che del romanzo che li avvicina a me. Tana è un libro che fa emergere il rimosso, che mi trasforma in una confidente di chi l’ha letto; è stato bello scoprire che qui a Sydney non sono pochi quelli che l’hanno scaricato e letto».
Progetti futuri?
«Continuo a scrivere, per lo più poesie, una delle quali in uscita nell’antologia Auroralia coordinata da Gaja Cenciarelli, di prossima uscita per l’editore Zona. Monica Mazzitelli, con me in questo down under tour, ne ha presentato il booktrailer in anteprima».
Francesca Ori